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Irritazione di Bankitalia: costretti a difenderci da un attacco politico

All’inizio da Palazzo Koch neppure volevano replicare. Ma poi la polemica politica è montata, inarrestabile. E «siamo costretti a spiegare come stanno le cose», dicevano dalla Banca d’Italia ieri pomeriggio, annunciando la nota che di lì a poco sarebbe stata diffusa sulle agenzie di stampa. Dietro le puntualizzazioni tecniche di Bankitalia, in realtà c’è una forte irritazione, perché la banca centrale legge nelle parole del procuratore della Repubblica di Arezzo, Roberto Rossi, un attacco politico, l’ennesimo, all’istituzione e al governatore.

Per di più portato da un magistrato, osservano con stupore nello staff di Ignazio Visco, anche se è noto che Rossi è stato consulente della presidenza del Consiglio fino alla fine del 2015, quando a Palazzo Chigi c’era Matteo Renzi. Lo stesso Renzi che ha chiesto invano la testa di Visco, riconfermato invece a ottobre alla guida della Banca d’Italia per altri sei anni per volontà del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e del premier, Paolo Gentiloni. Un mandato pieno che indubbiamente ha dato nuova forza al Governatore. Forza di cui sapeva e sa di aver bisogno per affrontare tutti gli attacchi che sono arrivati e arriveranno dai lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, diventata per i renziani la sede della rivincita.

E così quando negli uffici di Visco hanno letto le dichiarazioni di Matteo Orfini, presidente del Pd e membro della Commissione d’inchiesta, che senza mezzi termini accusava la Banca d’Italia di aver causato il fallimento di Banca Etruria, hanno deciso di ribattere, colpo su colpo. Non è vero, secondo Palazzo Koch, «che a Etruria fosse stato suggerito il matrimonio con la Popolare di Vicenza», come detto da Rossi in Commissione sottolineando la stranezza di queste nozze che Bankitalia avrebbe voluto tra due istituti messi uno peggio dell’altro. E non è vero che Etruria fu commissariata per questa mancata unione, bensì perché le perdite avevano ridotto il patrimonio ben sotto i minimi regolamentari e perché le ispezioni della banca centrale avevano evidenziato gravi irregolarità gestionali.

Insomma, c’è una verità incontestabile, secondo il Governatore: è stata la Banca d’Italia (e non il governo, come sostiene Renzi) a commissariare Etruria nel febbraio del 2015, dopo che con due ispezioni, nel 2012 e nel 2013, la banca era stata multata dagli uomini di Palazzo Koch per 2,54 milioni di euro.

Solo che tra i 18 dirigenti multati, ci fu anche, per la somma di 144 mila euro, il vicepresidente di Etruria, Pierluigi Boschi, padre della renzianissima Maria Elena, allora ministro delle Riforme e ora sottosegretaria di Palazzo Chigi. Una circostanza che, fin dall’inizio, ha dato un connotato politico a tutta la vicenda. Al punto che ogni mossa, ogni affermazione, anche se riferita a procedure e parametri tecnici, è interpretata in chiave di lotta politica. Da una parte e dall’altra.

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