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Irpef, sui conti niente sconti

Il titolare dei conti correnti bancari paga sempre l’Irpef sullo somme che vi transitano anche se una sentenza penale accerta che il denaro è del marito o di un terzo.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 433 dell’11 gennaio 2012, ha accolto il ricorso dell’amministrazione finanziaria.

La vicenda riguarda una contribuente alla quale, dopo le verifiche del fisco nei suoi conti correnti, erano stati notificati degli avvisi di accertamento per la maggiore Irpef.

La donna aveva impugnato il primo atto impositivo e poi la cartella di pagamento, adducendo fra i motivi, che una sentenza penale aveva accertato che le somme transitate in banca appartenevano a suo marito.

La tesi ha convinto la Ctp e la Ctr che hanno annullato l’imposizione fiscale. Ora la Cassazione ha ribaltato il verdetto della decisione di merito, accogliendo il ricorso dell’amministrazione finanziaria.

In primo luogo i giudici con l’Ermellino hanno definito l’ambito del concetto di possesso nel diritto tributario. Un concetto senz’altro più ampio rispetto a quanto sancito dal codice civile.

Prima di tutto, ha precisato il Collegio di legittimità in uno dei passaggi chiave, è irrilevante al riguardo la valutazione del giudice penale, acriticamente recepita dalla sentenza impugnata, secondo cui il titolare effettivo delle somme transitate sui conti correnti era in realtà il coniuge della contribuente. Infatti, aggiunge la Cassazione, il presupposto dell’Irpef è il possesso di determinati redditi.

Il termine possesso, inoltre, impiegato dall’articolo 1 del decreto del presidente della repubblica n. 917 del 1986 non ha il significato tecnico che ha nel codice civile, ne ha un significato tecnico-tributario uniforme per tutte le categoria reddituali.

«Ma il significato minimo comune del termine senz’altro evoca, ai fini della tassabilità, la riferibilità ad un soggetto di determinati redditi e la titolarità in capo a lui dei poteri di disposizione in relazione ad essi».

Insomma questa, dice la Corte, è una vera e propria ipotesi di interposizione reale dove l’interposto, ossia il contribuente titolare del conto, è l’effettivo titolare del rapporto tanto che non può non sapere del trasferimento di denaro in suo favore.

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