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Irpef e Imu, la mossa del premier

ROMA — Sulle tasse invita gli elettori a non credere alle «promesse insostenibili», ma per la prima volta è lui stesso ad accettare di scendere nel dettaglio: c’è la «possibilità» di ridurre l’Irpef e congelare l’Iva a luglio; e anche di fare «di più», e la «via maestra» per riuscirci è «ridurre di più la spesa pubblica».
Insomma anche per Monti, come per Berlusconi, è necessario dare un orizzonte di sgravio contributivo agli italiani. La cornice e gli argomenti sono diversi, ma anche sull’Imu si possono fare degli auspici. Innanzitutto, ci tiene a dire, «è frutto del precedente governo», ma «va modificata e il gettito va dato maggiormente ai Comuni».
Intervistato su SkyTg24 Monti parla soprattutto di economia e di fisco. Lo fa per aprire gli occhi agli elettori, mettendoli in guardia dagli annunci dei «veri politici» come definisce Bersani e Berlusconi, e soprattutto inquadra il tema in una cornice più ampia: «Bisogna rivedere l’intera struttura fiscale e farlo sull’arco di un po’ di anni. Bisogna fare molta attenzione però alle promesse fiscali: le tasse sono certamente da ridurre, ma non con promesse insostenibili e non mantenibili. Se abbiamo una situazione compromessa è a causa di quanto fatto negli anni precedenti».
In questo quadro il capo del governo rivela un dettaglio di qualche anno fa, ricordando quando nel 2004 Berlusconi gli chiese di fare il ministro dell’Economia. «Gli dissi che avrei anche potuto ma che nel breve non c’era modo di ridurre l’Irpef come aveva promesso». La nomina a ministro non ci fu e il Cavaliere, ha aggiunto il professore, «non è poi riuscito a ridurre l’Irpef». E a proposito di Imu c’è da aggiungere «che è frutto del precedente governo, che lo promise all’Europa».
Affiorano dettagli personali: quanto ha pagato lui di Imu? «Parecchio, ma non ho qui la cifra, se ne occupa mia moglie di queste cose». Quella stessa moglie che chiama «presidente», ricordando di aver confidato solo a lei, e a Napolitano, l’intenzione di candidarsi: «Lo dissi ai miei due presidenti. Quello della Repubblica e quello di casa mia…».
Una decisione che «covava» da tempo, scaturita dalla decisione del Pdl di ritirare la fiducia piena al governo, rafforzata dall’endorsement di Obama («abbiamo un rapporto di grande vicinanza e di condivisione della comprensione delle cose e delle persone»), in qualche modo discussa in modo approfondito con il capo dello Stato: «L’ho tenuto al corrente dei miei travagli interiori. Non credo che lui abbia avuto sorpresa dalla mia candidatura, ma credo l’abbia avuta nella sera di sabato 8 dicembre, quando dopo una riflessione solitaria ho presentato le dimissioni».
Ci sono alcuni sassolini che è meglio togliere dalle scarpe: la legge anticorruzione «va migliorata perché le forze politiche della mia strana maggioranza non hanno trovato intesa, per colpa del Pdl, così come sul mercato del lavoro avremmo voluto fare di più ma c’era un freno del Pd». E il discorso si collega all’alleanza con Fini e Casini: «Non li valuto per la loro storia ma prima di altri hanno capito che i problemi non si risolvevano senza la grande coalizione. Sono stati i più tenaci sostenitori della maggioranza, mentre l’apporto Pd e Pdl è stato a corrente alternate».
Sulle critiche di questi giorni, soprattutto da parte del Pdl, assicura che non ha mai offerto garanzie, assicurando che non si sarebbe candidato: «Non c’era alcun patto, io stesso pensavo di non candidarmi perché pensavo non necessario farlo». C’è infine la soddisfazione per la crescita del suo movimento nei sondaggi: «Mi fa piacere», è «molto sensibile e in pochissimi giorni. Serviva agli italiani vedere il simbolo o perlomeno avere certezza che questo impegno è partito e ci sarà, quando annunceremo le candidature, ci sarà eccome».
L’ultimo sassolino è sull’accusa di vicinanza a banche e finanze: il governo del Cavaliere era contro la tassazione delle transazioni finanziarie, «io ho cambiato la posizione dell’Italia»; ricorda la norma sul divieto di sedere nei cda di aziende concorrenti; e infine, sull’accusa di vicinanza ai poteri forti, invita a chiedere a Jack Welch e a Bill Gates: al primo impedì l’acquisizione della Honeywell, al secondo diede una multa record per violazione delle norme sulla concorrenza.

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