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Irlanda, intesa sul debito con la Bce

L’Irlanda archivia con Anglo Irish la stagione più buia della crisi e spunta un accordo, definito «storico» dal premier Enda Kenny, per alleggerire il debito. E i mercati festeggiano, con i rendimenti dei bond in scadenza a ottobre 2020 che scendono sotto il 4%, il livello minimo dall’inizio della crisi. Al posto di onerosissime cambiali con scadenza annuale e interessi all’8% Dublino emetterà obbligazioni con “maturity” compresa tra i 25 e i 40 anni e interessi di poco superiori al 3 per cento.
Per favorire l’intesa con la Bce sulla questione, il Governo irlandese ha ottenuto nella notte tra mercoledì e ieri l’approvazione di una legge per liquidare Anglo Irish, o meglio Irish Bank Resolution Corp, l’istituto nato nel 2011 dalla fusione appunto di Anglo Irish e Irish Nationwide, soccorsi dal Governo quando erano sull’orlo del fallimento. Una decisione di forte valore simbolico: Anglo Irish, in profondo rosso dopo l’esplosione della bolla immobiliare, e la gestione di quell’emergenza da parte di Dublino sono una sorta di emblema della crisi europea, che dalle banche si è poi trasferita alle finanze pubbliche.
Un passo indietro si impone. Nel 2010 il Governo irlandese si fece carico dei debiti da 31 miliardi di Anglo Irish, nazionalizzata l’anno prima. Si trattava di una cifra enorme per le finanze di Dublino, il 20% del Pil, tanto che il Governo firmò all’istituto delle “promissory notes”, pagherò cambiari internazionali per garantire ad Anglo Irish i finanziamenti dalla Banca centrale irlandese, usandole come collaterali. All’indomani di quella operazione e di altre iniezioni di capitale nelle sue disastrate banche, l’Irlanda fu costretta poi a chiedere un prestito da 67,5 miliardi di euro a Fmi e Ue, uscì dai mercati ed entrò in un programma di salvataggio triennale che durerà fino a novembre.
Restando però allo specifico delle promissory notes, vincolavano il Governo a versare alla Banca centrale irlandese ogni anno 3,1 miliardi da qui al 2023 (solo una tranche è stata fin qui pagata) e cifre inferiori fino al 2031, per un ammontare di circa 48 miliardi. Una restituzione imposta dalla Bce, che voleva evitare che l’operazione diventasse un finanziamento diretto ai governi da parte dell’istituto centrale. Per Dublino era un impegno pari circa al costo di una manovra – il budget approvato quest’anno è stato di 3,5 miliardi – ha finora gravato sul bilancio, nonostante le finanze irlandesi siano molto migliorate nel triennio (il deficit è sceso dal 30% all’8%, anche se il debito viaggia verso il 120% del Pil) e ha impedito di alleviare le misure di austerity. In ultimo avrebbe reso più problematico il ritorno di Dublino sui mercati a fine anno senza altri prestiti internazionali.
Di qui il pressing sulla Bce che si è fatto più intenso in questo semestre di presidenza Ue, con la prossima scadenza sulle promissory notes – marzo – alle porte. Stanotte dunque, con un blitz spiegato con la fuga di notizie sul piano, che avrebbe rischiato di comprometterlo allertando i creditori di Ibrc, è stato convocato il Parlamento, che ha approvato la legge per liquidare Irish Bank Resolution Corp. In questo modo, con la banca (i cui asset finiscono nella Nama, la bad bank irlandese), si dissolvono i 28 miliardi di promissory notes ancora da pagare, “convertiti” in bond che – le parole sono del premier Enda Kenny – taglieranno di un miliardo all’anno il deficit del Paese e ridurranno di 20 miliardi nei prossimi anni le necessità di finanziamento. Cosa che potrebbe rendere possibile il ritorno di Dublino sui mercati obbligazionari a fine anno senza l’ombrello internazionale.
Dalla Bce in realtà non è arrivato un via libero esplicito al piano. «Oggi non c’era nulla da approvare. La Bce ha preso nota all’unanimità dell’operazione», ha dichiarato il presidente Mario Draghi in conferenza stampa, rinviando la stampa al Governo e alla Banca centrale irlandese per i dettagli. Kenny però ha dichiarato poco dopo che alcuni elementi del piano erano stati elaborati in accordo con la Bce. E, secondo molti analisti, il fatto che non ci sia stata un’opposizione esplicita di Francoforte è un’approvazione di fatto.

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