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Irlanda a caccia di nuovi mercati per limitare i danni della Brexit

«Brexit? Noi la vediamo come un’opportunità, non come una catastrofe». Orla Hughes sorride e ostenta ottimismo mentre, in una pausa dei lavori, racconta la storia di Portwest, impresa di famiglia da 4 generazioni che ormai produce e vende abiti da lavoro in oltre 130 Paesi. Dell’azienda è direttore commerciale ed è uno degli oltre 300 businessmen che si sono dati appuntamento al modernissimo Convention Center di Dublino per lo “Eurozone Summit”, evento organizzato da Enterprise Ireland proprio con la finalità di trasformare un passaggio di indubbia criticità per l’export irlandese – l’uscita dall’Unione europea del Regno Unito, partner fondamentale per Dublino – in occasione di crescita e diversificazione.
A spiegare contesto e obiettivi dell’iniziativa è Julie Sinnamon, ceo di Enterprise Ireland, che è l’agenzia governativa che supporta le aziende irlandesi sui mercati europei: «Il Regno Unito per noi è il primo mercato, lì è diretto il 34% del nostro export. Ma dieci anni fa era il 44%. Ora puntiamo ad aumentare le esportazioni al di fuori del Regno Unito del 50% rispetto al 2017 entro l’anno prossimo».
L’obiettivo è stato puntato sui sei Paesi dell’Eurozona più significativi per le aziende clienti di Enterprise Ireland, Germania, Francia, Italia, Spagna, Olanda e Belgio, di cui sono stati messi a fuoco situazione politica ed economica, settori più promettenti per l’export irlandese, particolarità e criticità del mercato, dalla diversa cultura di impresa al quadro legislativo e fiscale. Brexit è rimasta una sorta di convitato di pietra, bandita almeno per un giorno dagli interventi ufficiali ma inevitabilmente sullo sfondo. «Non sappiamo come andranno a finire i negoziati – ammette Johathan McMillan, manager della divisione Brexit di Enterprise Ireland -. L’unica cosa che possiamo fare è preparare le nostre imprese allo scenario peggiore, un’uscita senza accordo. I settori che rischiano di più sono quelli che hanno un maggiore interscambio con il Regno Unito e una bassa marginalità, come l’alimentare, oppure quelli che dipendono da tempi di fornitura certi e ristretti, come – insieme ancora all’alimentare – le costruzioni: abbiamo per esempio molti prefabbricati realizzati qui e spediti a Londra con tempi di consegna molto stretti».
Per aiutare le imprese a un’eventualità che potrebbe incidere pesantemente sulla ritrovata crescita di Dublino, Enterprise Ireland ha messo a loro disposizione una piattaforma interattiva online per misurare l’“esposizione” a Brexit e gli ambiti di maggiore vulnerabilità, dalle sub-forniture alla logistica ai controlli doganali. Su questi aspetti fornisce poi un sostegno informativo, attraverso seminari. Il passaggio successivo è l’esplorazione dei nuovi mercati tramite fiere ed eventi ad hoc, come lo Eurozone Summit, ma anche missioni commerciali internazionali: il ministro del Commercio Pat Breen ne ha annunciate 73 per quest’anno.
I mercati più interessanti dell’Eurozona per l’Irlanda rimangono Francia e Germania, ma si guarda con attenzione anche all’Italia, oggi ottavo partner commerciale per Dublino. «In Italia – conferma la ceo Julie Sinnamon – registriamo buoni risultati in molti ambiti, dai servizi finanziari all’alimentare (il nostro settore più ampio) alle scienze della vita con il med-tech: un’area di eccellenza, nella quale non abbiamo sfruttato tutte le opportunità dei mercati europei». Per quanto riguarda dispositivi medici e apparecchiature medicali in effetti l’hi-tech irlandese può trovare ampi sbocchi in Italia (è il quarto mercato in Europa), soprattutto in alcune aree geografiche all’avanguardia, dalla Lombardia al distretto di Mirandola.
A confermare l’interesse del mercato italiano anche in un ambito particolare come l’abbigliamento da lavoro e gli accessori per la sicurezza è ancora Orla Hughes: «Il 33% del nostro fatturato (210 milioni nel 2018, ndr) deriva dal Regno Unito – spiega – dove siamo presenti da oltre 30 anni, il 50% proviene dall’Europa. E l’Italia è la quarta destinazione, con una crescita annua del 40% negli ultimi anni, determinata soprattutto dal potenziamento del nostro team di vendita sul territorio». Una presenza sul campo che è parte della più generale strategia di espansione in Europa per far fronte a Brexit e che ha visto, da parte del gruppo irlandese, la recente apertura di un nuovo magazzino da 14mila metri quadri in Polonia per servire meglio, appunto, i mercati europei.
La prima parola d’ordine delle imprese irlandesi per fronteggiare la sfida di Brexit è dunque diversificazione, che ne implica altre due, innovazione e competitività: adattare il prodotto alle specificità del mercato e renderlo competitivo. Enterprise Ireland ritiene che, lavorando su questi tre fronti, le imprese irlandesi potranno trasformare davvero il rischio in opportunità: «Sono convinta – conclude ancora Julie Sinnamon – che quando guarderemo indietro vedremo questo come un periodo di grande sconvolgimento ma, nel lungo termine, finiremo per avere un portafoglio più bilanciato sui diversi mercati».

Michele Pignatelli

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