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Ires e Irap addio con un po’ di coraggio

L’esigenza di una grande riforma fiscale sta emergendo nel dibattito politico e soprattutto nell’agenda del governo come strumento di rilancio del sistema economico e di riequilibrio dell’equità sociale. È un’occasione unica che non va sprecata: i prossimi mesi devono essere utilizzati per progettare le basi di un sistema fiscale robusto, capace di offrire al paese linee di comportamento stabili che non vengano adattate alle convenienze del momento. Se guardiamo alla tassazione sulle imprese, due sono i temi di riflessione necessari:

1) cosa occorre dare prima di togliere;

2) quali sono gli obiettivi di fondo che la tassazione sulle imprese deve raggiungere.

Nel primo caso, la progettazione deve essere rivolta a cosa il fisco deve dare alle imprese prima del togliere, inteso come riduzione delle tasse. Se è vero che il trend mondiale è quello di una riduzione delle imposte sulle imprese come stimolo allo sviluppo, la riforma vera non è tanto (o non solo) quella di ridurre l’aliquota di tassazione dei profitti. Cosa avvenuta in Italia, in cui l’aliquota è passata dal 37% del 1996 al 24% attuale. Il punto centrale è interrogarsi su quali elementi il fisco debba garantire per permettere alle imprese di svolgere la propria attività a beneficio di tutti. Questo significa lavorare su numero delle imposte, su tempi necessari per il loro pagamento, su pressione fiscale complessiva che grava, al di là dell’aliquota nominale, sui redditi e sugli incentivi che stimolano i comportamenti più virtuosi. Il ranking «Doing Business 2020» di World Bank vede impietosamente l’Italia al 58° posto nel mondo per semplicità del quadro fiscale per le imprese, con una tassazione dei profitti al 53%, dietro solo alla Francia (60%) in Europa e nei primi 20 al mondo.Obiettivi…

Il secondo ambito di ragionamento è altrettanto importante. Quali sono gli obiettivi che vogliamo raggiungere con la tassazione delle imprese? Meno tasse è un’affermazione generica che ha solo il sapore di campagna elettorale. Più importante è contribuire al raggiungimento, con la leva fiscale, dei grandi obiettivi che il Paese ha davanti e che corrispondono alla crescita, unita ad occupazione, impatto e sostenibilità. Questo può avvenire grazie all’impostazione di fondo e agli incentivi fiscali oltre ad un utilizzo dell’aliquota di imposta (24% Ires e 3,9% Irap) non più come monolite intoccabile, ma come strumento da differenziare per raggiungere questi obiettivi.

Il punto fondamentale è la crescita. Il nostro paese deve liberarsi dell’eterno dilemma fra Pmi e grandi imprese. Entrambe sono essenziali e vanno preservate ma senza grande dimensione e senza investimenti è impossibile competere a livello globale, attrarre talenti e fare innovazione. Non si può certo ordinare la crescita per legge, ma porre incentivi è possibile. Sue due versanti differenti: le strategie d’impresa e i finanziamenti…. e incentivi

Per la strategia d’impresa alcuni punti sono imprescindibili: 1) il sostegno alle operazioni di M&A con una deducibilità accentuata dei disavanzi da fusione e, soprattutto, con una riduzione dell’aliquota Ires per un certo numero di anni successivi all’acquisizione, subordinata sia alla crescita del fatturato che dell’occupazione;

2) il sostegno agli investimenti materiali, con un impiego del super-ammortamento, subordinato però ad una crescita del fatturato per evitare la corsa all’acquisto del capannone o dell’immobile che poi rimane vuoto;

3) gli incentivi agli investimenti immateriali, con la scelta dell’iper-ammortamento accompagnata da una norma che consolidi l’investimento strutturale in R&D delle aziende.

La logica di incentivo utilizzata negli Stati Uniti è un esempio: oltre la normale deducibilità, si aggiunge un premio fiscale consistente se la spesa in R&D dell’esercizio è superiore alla media dei tre anni precedenti. Questo genera un incentivo strutturale alla crescita della ricerca e dello sviluppo.Capitali di rischio

Per il versante dei finanziamenti è fondamentale che la raccolta delle risorse finanziarie non sia indifferente alla crescita e alla robustezza dell’impresa, a partire dalla dimensione del più piccolo esercizio commerciale. Questo significa dare priorità alla raccolta del capitale di rischio, come vera forma di tutela rispetto agli eventi avversi e di prevenzione del default.

L’Ace è la strada corretta e per il 2021 ne è stato da poco previsto (nel decreto «Sostegni bis») un utilizzo straordinario con aliquota al 15 per cento. Una strada che con coraggio va resa strutturale, accompagnandola con due ulteriori elementi. Il primo è quello di un premio fiscale all’azionista (il proprietario, per le aziende più piccole) che rimane nell’azionariato a medio termine (ad esempio, 5 anni) con una minore tassazione sui capital gain e sui dividendi.

Il secondo è quello di definire un quadro favorevole agli investitori in capitale di rischio, attraversando tutta la filiera che comprende i business angels, i venture capital funds, i fondi di private equity e gli Eltif. Anche il capitale di debito può giocare un ruolo in questo senso. Ad oggi la tassazione prevede solo un generico e iniquo limite (in quanto legato alla differenza fra valore e costo della produzione) alla deducibilità degli interessi (vedi articolo 96 Tuir) che può essere cambiato a favore delle fonti a medio-lungo termine, rendendole sempre deducibili. In questa direzione vanno le osservazioni appena pubblicate dallo Stakeholder Group on SMEs della Commisione europea su Empowering European Capital Market for SMEs.Per l’occupazione

Ma la crescita, per portare beneficio in senso ampio e contribuire alla riduzione delle diseguaglianze, deve essere declinata in termini di occupazione da un lato e impatto e sostenibilità dall’altro lato.

Se guardiamo all’occupazione, qui la sfida più grande può essere quella di collegare riduzione dell’aliquota Ires (e Irap) alla crescita del numero di dipendenti a tempo indeterminato. Questo sarebbe un segnale senza precedenti che può essere poi declinato in modo opportuno (e con elementi di premio fiscale diversi) rispetto ai diversi ambiti di crescita: quella che avviene dopo aggregazioni e fusioni, quella lenta ma progressiva di una start-up, quella che avviene grazie all’innovazione. O ancora più forte ma necessario, collegato ad obiettivi di diversity, sia di genere per sostenere realmente l’occupazione femminile che generazionale. In questa direzione, anche una norma di attrazione non solo dei cervelli ma anche delle imprese che vogliono insediarsi in Italia garantendo occupazione per un arco di tempo lungo, potrebbe essere realizzata con un’aliquota Ires ridotta. L’impatto e la sostenibilità allo stesso modo possono diventare elementi di guida. Può essere un azzardo (da correre) pensare ad una tassazione più favorevole per le B-Corp. Molto meno, ma ugualmente utile, inserire una tassazione più favorevole per impact bond dedicati a progetti a impatto sociale ed ambientale definito.

Il dibattito sulla riforma fiscale deve essere affrontato e questo momento storico lo rende possibile. Il coraggio vero deve essere quello di ambire ad un’aliquota unica di tassazione di impresa, anche più alta dell’attuale somma di Ires e Irap, ma con riduzioni significative che colgano e valorizzino proprio tutti gli aspetti della crescita, dell’occupazione, dell’impatto e sostenibilità con cui le imprese si confrontano. Un risultato che farebbe dell’Italia un paese, per una volta in positivo, sorprendentemente diverso.

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