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Irap, lo studio associato non sfugge

di Debora Alberici  

Lo studio associato paga l'Irap quasi sempre. Infatti non sfugge al prelievo fiscale neppure in caso di compensi modesti per i collaboratori, in alcuni esercizi, e inesistenti in altri. E in generale devono versare il tributo gli studi legali dotati di apprendisti, segretaria (anche solo part-time) o collaboratori occasionali.

Facendo un bilancio delle decisioni della Corte di cassazione degli ultimi anni che, sull'Irap, ha finito per colmare i vuoti lasciati dal Parlamento, si evince una propensione della magistratura a ritenere dovuto il tributo da parte degli studi, associati e non, cha abbiano una seppur minima organizzazione.

Questa linea, spezzata da qualche rara eccezione, è stata confermata da una recente ordinanza (numero 11933/2011) della Suprema corte con la quale è stato accolto con rinvio il ricorso dell'Agenzia delle entrate.

Il caso.

La vicenda riguarda uno studio associato che, in alcune annualità aveva dichiarato compensi modesti per i collaboratori e in altre compensi inesistenti. Per questo aveva chiesto il rimborso dell'imposta. L'ufficio non aveva risposto. A questo punto lo studio aveva fatto ricorso alla Ctp di Genova che aveva accolto i motivi presentati dalla difesa. La Ctr Ligure aveva confermato la decisione. Ora il verdetto è stato ribaltato in Cassazione.

Le motivazioni. Breve ma pesante l'ordinanza depositata da Piazza Cavour. Infatti la sezione tributaria ha dato ragione al fisco motivando che "nessun dato concreto viene offerto per dare contezza dell'affermazione secondo cui sarebbero costi per collaboratori Sarebbero inesistenti in alcuni esercizi e modesti in altri», nonostante, «l'impiego di personale dipendente e/o di collaboratori sia normalmente rilevante agli effetti di che trattasi e, d'altronde, la circostanza che il relativo avvenuto in tutti gli esercizi, utilizzo non esonerava dal motivare, in base a quali elementi e considerazioni, per gli altri esercizi, l'effettivo impiego doveva, egualmente, essere ritenuto irrilevante».

Studio associato esente dall'Irap se ciascun professionista prova che il reddito deriva solo dal suo lavoro. Come tutte le regole anche la linea dura della Cassazione sull'Irap ha voluto la sua eccezione. Infatti con la sentenza n. 22386 depositata a novembre dell'anno scorso la Suprema corte ha sancito che negli studi associati il singolo professionista può essere esentato dal prelievo nel caso in cui riesca a provare «che il reddito sia derivato dal solo lavoro professionale dei singoli associati».

Già all'epoca la decisione era passata come un'inversione di rotta rispetto all'ordinanza (22212 del 29 ottobre 2010) con la quale la Suprema corte era stata perentoria nell'affermare che lo studio associato, in quanto tale, paga l'Irap e «a prescindere dall'autonoma organizzazione».

Sul fronte pratica la decisione dell'anno scorso non ha sortito grandi effetti. Infatti ha imposto agli associati un onere della prova molto pesante. «L'esercizio in forma associata di una professione liberale», ecco come hanno motivato i giudici della sezione tributaria, «è circostanza di per sé idonea a far presumere l'esistenza di una autonoma organizzazione di strutture e mezzi, ancorché non di particolare onere economico, nonché dell'intento di avvalersi della reciproca collaborazione e competenza, ovvero della sostituibilità nell'espletamento di alcune incombenze, si da potersi ritenere che il reddito prodotto non sia frutto esclusivamente della professionalità di ciascun componente dello studio, con la conseguenza che legittimamente il reddito di uno studio associato viene assoggettate all'imposta regionale sulle attività produttive».

E fin qui nulla di strano. Poi la Cassazione conclude con la frase, «a meno che il contribuente non dimostri che tale reddito è derivato dal solo lavoro professionale dei singoli associati». In sostanza lascia una strada aperta, per quanto in salita, al rimborso.

Niente Irap se il professionista si fa prestare la stanza in uno studio. Nel 2009 fece molto parlare una sentenza pro-contribuenti che aveva sancito il diritto al rimborso dell'imposta in favore di un professionista che si era fatto prestare una stanza in uno studio presso un parente (sentenza n. 18973 del 2009). Allora la Cassazione accordò il rimborso a un giovane legale che usava una stanza e il pc all'interno dello studio del padre. Insomma ricevere gli strumenti per lavorare in comodato da un parente potrebbe essere un giusto motivo di esenzione. Subito dopo l'estate la Suprema corte deposita un'altra sentenza allineata con la minoritaria linea buonista sull'Irap e che è destinata a creare ancora più confusione.

Il professionista con la segretaria paga l'Irap. Paga l'Irap il professionista che si avvale soltanto dell'aiuto di una segretaria. Un'altra decisione della Cassazione, sentenza n. 16220 del 10 luglio 2009, con la quale fu abbassata ancora la soglia degli elementi dell'autonoma organizzazione, al di sotto della quale non viene pagata l'imposta, a prescindere dal fatto che i ricavi dello studio dipendano esclusivamente dall'attività del professionista.

Paga l'Irap il titolare che a studio è l'unico a firmare. Si all'Irap anche quando il titolare di studio dà l'apporto preminente all'attività tanto da essere insostituibile sia giuridicamente (per le firme) che per la clientela, la quale si rivolgerebbe ad altro professionista se lui non ci fosse. Il fatto che i suoi collaboratori non sarebbero in grado di mandare avanti l'attività non fa venir meno il requisito “dell'autonoma organizzazione” richiesto per il prelievo fiscale. Lo ha stabilito la Cassazione che, con la sentenza n. 2030 del 28 gennaio 2009, ha accolto il ricorso del fisco.

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