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L a notizia era tra quelle più attese dalle imprese, ma rischia di non essere efficace come si immaginava. Il governo Renzi ha deciso di toccare l’intoccabile: l’aliquota dell’Irap, l’imposta più odiata dalle imprese di qualsiasi settore e dimensione. Ma il Centro studi della Cna ha fatto un po’ di calcoli dai quali emerge che abbassare l’aliquota base del 10% ha una incidenza minima sul carico fiscale delle piccole imprese.
Dai calcoli del Centro studi Cna emerge, infatti, che la pressione fiscale complessiva calerà di appena 0,6 punti percentuali. Dal 63,7% si passerà al 63,1%. E, visto che il taglio Irap del 10% si applica esclusivamente sul prelievo base del 3,90%, la riduzione effettiva risulta di poco superiore al 9%. «La decisione del governo di tagliare l’aliquota Irap del 10% favorisce le grandi imprese — obietta Sergio Silvestrini, segretario generale di Cna —. Se si vogliono agevolare le piccole imprese sul fronte del pagamento dell’Irap allora va elevata la franchigia, che oggi è troppo bassa».
Inversione di marcia
Però, se l’impatto della riduzione Irap non sarà «epocale» per le piccole imprese, è indubbio che ci sia da registrare un’inversione di tendenza (sia pure lieve) nell’ascesa della pressione fiscale. Il Total tax rate, infatti, ha subito una spinta verso l’alto tra il 2011 ed il 2012 di ben 5,4 punti percentuali, dovuta, principalmente, all’introduzione dell’Imu e agli aumenti della tassazione sui rifiuti solidi urbani (Tares e, dal 2014, Tari).
Poi negli ultimi due anni si è registrato qualche tentativo di contenimento della pressione fiscale che così è scesa di 1,4 punti percentuali, un effetto dovuto a una serie di norme disposte nel tempo ma tutte incisive dal 2014: a cominciare dalla riduzione dell’Irap per effetto dell’aumento della franchigia da 9.500 a 10.500 prevista dalla legge di Stabilità 2013 (governo Monti). Lo stesso governo Monti stabilì la riduzione dell’Irap dovuta all’incremento delle deduzioni forfettarie del costo del lavoro.
Tocca, invece, al governo Letta introdurre la deducibilità dell’Imu dal reddito d’impresa nei limiti del 30% per l’anno 2013 e del 20% a decorrere dal 2014 prevista dalla legge di Stabilità varata quest’anno.
Eppure queste misure non hanno procurato effetti davvero incisivi sui conti delle piccole imprese. «Non bisogna dimenticare — osservano al Centro studi Cna — che la riduzione del carico fiscale proprio sull’anno 2014 è stata parzialmente smorzata dall’ulteriore e possibile incremento dovuto all’introduzione della Tasi dell’1 per mille, fino a un massino totale della tassazione degli immobili (Imu e Tasi) dell’11,4 per mille. Prima, la tassazione complessiva, non poteva superare il 10,6 per mille».
La proposta
Quella dell’alleggerimento della pressione fiscale, però, resta una strada impervia. Tutti i governi hanno fatto mini interventi a causa dei disastrati conti di Stato.
In Cna, però, propongono una via alternativa. «Per agire in modo concreto sul carico fiscale delle piccole imprese- — propone Silvestrini — è indispensabile agire sull’Imu in maniera significativa e prevedere, almeno, una riduzione del 50% della aliquote oggi previste. Si tenga conto che una riduzione del 50% solo per gli immobili effettivamente utilizzati per l’attività produttiva, escludendo, quindi, quelli concessi in affitto, non avrebbe costi molto elevati per le casse dello Stato».
E chissà che stavolta non ci sia davvero qualcuno al governo capace di raccogliere i suggerimenti che arrivano dal mondo delle piccole e medie imprese.

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