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Irap, Cassazione senza linea

Anche quest’anno il problema della soggettività passiva Irap dei professionisti e delle piccole imprese non dotati di una organizzazione significativa di capitale e lavoro costringe gli interessati e i loro consulenti a scelte piuttosto difficili. Anzi, le oscillazioni della giurisprudenza e l’attesa per l’attuazione della delega prevista dall’articolo 11, comma 2, della legge 23/2014 rendono il tema più che mai delicato e attuale.
Le decisioni dei contribuenti, in assenza di una disciplina specifica e con interpretazioni dell’Agenzia oramai datate, non possono che far riferimento alla copiosa giurisprudenza, in particolare quella della Cassazione, che con cadenza quasi giornaliera si occupa di questa tematica. Tuttavia, le oscillazioni della Suprema Corte su questioni per nulla marginali, non consentono di tracciare un “identikit” preciso del soggetto che è estraneo al presupposto del tributo regionale, lasciando troppi margini di incertezza. Emblematico è il caso del professionista che si avvale di un dipendente part time con funzioni meramente esecutive, senza avere beni strumentali eccedenti la normale dotazione necessaria per svolgere l’attività. Le pronunce della Cassazione rese su questa tematica nell’ultimo semestre si dividono equamente in due filoni. Il primo, inaugurato con le sentenze 22020/2013 e 22022/2013 e più volte richiamato nel corso del 2014, non ravvisa in questo modesto utilizzo di lavoro altrui un elemento tale da connaturare di per sé solo il presupposto organizzativo necessario per la soggettività Irap. Il secondo orientamento, meno recente ma anch’esso riproposto in più occasioni nelle pronunce depositate nel 2014, collega invece “a doppio filo” la presenza di un rapporto stabile di lavoro dipendente al concetto di “autonoma organizzazione” del professionista, senza necessità alcuna di indagare sull’incidenza di questo apporto lavorativo (per livello professionale e per tempo occupato) sul valore aggiunto prodotto dal contribuente. Si è arrivati al paradosso che nel giro di due giorni (7 e 9 maggio scorso) sono state depositate due pronunce di segno diametralmente opposto: nella prima (sentenza 9790) l’impiego non occasionale di lavoro altrui, indipendentemente dalla tipologia del medesimo, è tale da «assorbire e rendere superflua la valutazione complessiva degli altri fattori e del valore dei beni strumentali complessivamente impiegati». La sentenza richiama il diverso orientamento della decisione 22024/2013, ma solo per definirlo alle stregua di un “isolato precedente contrario”. Di senso opposto l’ordinanza n. 10173, depositata due giorni dopo, dove si afferma che «la disponibilità di un dipendente (magari part time o con funzioni meramente esecutive) non necessariamente accresce la capacità produttiva del professionista, ossia non necessariamente si risolve in un fattore impersonale ed aggiuntivo alla sua produttività, potendo anche costituire una mera comodità per il professionista medesimo e per i suoi clienti». Questa evidente diversità di veduta in seno alla Cassazione si riscontra anche con riguardo al ruolo di alcuni beni strumentali significativi (quali l’immobile) ovvero alla possibilità dei professionisti di esercitare l’attività in forma di “studio associato”, pur mantenendo minimale l’assetto organizzativo.
In attesa che (probabilmente per intervento delle Sezioni Unite) la giurisprudenza giunga a una posizione univoca, il “cerino” resta (acceso) in mano ai contribuenti, che devono decidere se non presentare la dichiarazione o pagare ed eventualmente chiedere il rimborso.
Su queste scelte “incombe” il decreto che il Governo è delegato ad emanare entro 12 mesi dal 27 marzo (entrata in vigore della legge 23/2014), con il compito di chiarire «la definizione di autonoma organizzazione, anche mediante la definizione di criteri oggettivi, adeguandoli ai più consolidati princìpi desumibili dalla fonte giurisprudenziale, ai fini della non assoggettabilità dei professionisti, degli artisti e dei piccoli imprenditori» all’Irap. Infatti, tutto lascia prevedere che, indipendentemente dalla sua decorrenza, i parametri che verranno fissati non serviranno solo per incardinare su linee meno ambigue i futuri comportamenti dei contribuenti, ma costituiranno anche, per i giudici tributari chiamati a decidere sul pregresso, un utile riferimento per motivare i propri orientamenti.
Una norma del tipo “dentro o fuori” come quella che si profila ai fini Irap, difficilmente potrà occuparsi delle posizioni di confine, che rischiano, quindi, di trovarsi spiazzate anche per il contenzioso in corso. Un esempio per tutti: la Corte, in più occasioni, ha affermato che il valore dei beni strumentali va “calato” nella singola attività svolta dal contribuente, poiché è impensabile che un cardiologo od un oculista non utilizzino attrezzature costose. Se il legislatore fisserà un limite unitario per i beni strumentali, questi contribuenti (che oggi spesso si vedono riconoscere il rimborso dell’imposta versata) vedranno peggiorare la propria posizione. E non è dato sapere che ruolo giocherà, sotto questo aspetto, l’utilizzo di un immobile.

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