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Ipo, ritorna la voglia di Borsa, specie nella moda

La ripresa delle quotazioni, attesa dagli analisti per la metà del 2012, non c’è stata. La volatilità sui mercati ha spinto molte aziende italiane che da tempo lavoravano allo sbarco in Piazza Affari a congelare le procedure e a poco è servito anche il rasserenarsi del clima nell’ultimo scorcio dell’anno.

Ora però il quadro sembra mutato e, se non vi saranno nuovi scossoni a breve, potremmo presto assistere a un ritorno degli sbarchi sul listino milanese, con grande gioia per gli studi legali, che da sempre vedono in questo segmento una ghiotta fonte di mandati.

Pareri divergenti tra i consulenti legali

Roberto Culicchi, partner responsabile del dipartimento di Equity Capital Markets di Hogan Lovells, vede numerosi candidati allo sbarco in Borsa, alla luce delle posizioni assunte nelle ultime settimane: «Da Moncler a Pianoforte Holding (con i suoi marchi Yamamay e Carpisa), potremo assistere a diverse Ipo nel settore moda, così come nel comparto food, con nomi come De Cecco, e in quello chimico-farmaceutico».

Secondo Culicchi, l’attuale scenario di mercato offre prospettive interessanti soprattutto per «le Pmi capaci di distinguersi per la qualità e l’unicità dei propri prodotti e servizi in diversi settori, dalle energie rinnovabili, alla tecnologia, alla moda e al food».

Stima un’evoluzione tendenzialmente positiva anche Marco Cerritelli, partner di Cba Studio Legale e Tributario, motivando questa sua posizione con «le aspettative di minore volatilità dei mercati e una progressiva correzione dei fondamentali di alcune economie, che consentono di esprimere un cauto ottimismo per il 2013».

Quanto ai settori più interessati a un eventuale sbarco in Borsa, Cerritelli cita su tutti l’energia, le materie prime e il luxury. Del resto, su 63 imprese che aderiscono al progetto Elite promosso da Borsa Italiana per diffondere la cultura del mercato ben 11 sono appartenenti al settore fashion e tale dato mi sembra molto promettente».

La vede diversamente Pietro Fioruzzi, partner di Cleary Gottlieb, per il quale saranno proprio le small e medium cap a soffrire maggiormente nei prossimi mesi, «a causa della grave crisi che investe l’industry del secondario, ulteriormente messa a rischio dalla Tobin Tax». Così, per l’avvocato proseguiranno nel progetto di quotazione per lo più le aziende strutturate e «con scarsa dipendenza di mercato e regolamentare dall’Italia, complice l’incertezza creata dalla campagna elettorale» per le politiche del 24 febbraio.

Per Michael Immordino, partner e fondatore di White & Case in Italia (tra le altre cose ha seguito la quotazione di Ferragamo, nel 2011), «è difficile al momento fare previsioni: molto dipenderà dall’andamento dei mercati nei prossimi mesi». A frenare i nuovi sbarchi è spesso «il timore degli imprenditori di non riuscire a spuntare il prezzo pieno».

In sostanza, contano di piazzare sul mercato una quota della società in base alle proprie valutazioni, anziché accettare valutazioni più basse oggi, in prospettiva di una rivalutazione che soddisfi anche gli azionisti di minoranza. In ogni caso per Immordino non siamo alla vigilia di un boom per le Ipo nel nostro Paese, «anche perché mancherà il contributo dei fondi di venture capital, che in questo periodo trovano senza eccessiva difficoltà compratori, come nel caso di Avio e Cerved». Senza dimenticare la variabile politica: «Molti resteranno alla finestra almeno fino alle elezioni, in modo da cercare di capire come evolverà la situazione», conclude.

A metà strada si colloca Giampaolo Salsi (K&L Gates – Studio Legale Associato), secondo il quale allo stato attuale «è difficile fare previsioni, date le perduranti incertezze del clima macroeconomico». Anche se, limitando l’analisi all’ambito nazionale, l’avvocato coglie «segnali più incoraggianti rispetto agli ultimi anni, con importanti quotazioni in lista d’attesa, che potrebbero finalmente realizzarsi nel nuovo anno e alcuni nuovi annunci». Quanto alle prossime, possibili Ipo, Salsi riscontra «una trasversalità: alcune fra le imprese migliori, quelle che meglio e per tempo hanno saputo attrezzarsi per affrontare le sfide della globalizzazione, anche se provenienti dai settori più disparati, paiono mantenersi in buona salute. Auspicabilmente usciranno rafforzate dalla congiuntura per proporsi come serie candidate all’ingresso in Borsa».

«L’evoluzione del sistema finanziario ha determinato condizioni di rarefazione del credito e di aumento del costo del finanziamento bancario. Negli ultimi anni si è assistito alla continua riduzione del capitale di rischio e ad una notevole de-equitization delle imprese quotate», dice l’avvocato Nunzio Bevilacqua, componente direttivo dell’Associazione nazionale per lo studio dei problemi del credito (Anspc). «È riduttivo e anche distorsivo vedere la quotazione soltanto come una forma di finanziamento per l’impresa, in un momento caratterizzato da credit crunch, e di internazionalizzazione che rappresenta più un effetto collaterale positivo che il risultato della “vetrina internazionale”. L’operazione rappresenta certamente un “asso nella manica”, soprattutto per alcune aziende già particolarmente apprezzate a livello internazionale, ma per non risultare operativamente e finanziariamente fallimentare va “sartorialmente” adattata alle specificità dell’impresa, aspettando se del caso anche il momento più idoneo».

L’alternativa al credito bancario

Se il quadro di fondo appare caratterizzato da luci e ombre, a favorire un ritorno delle Ipo potrebbe essere la difficoltà di accesso ai finanziamenti bancari, come fa notare Guido Testa, partner dello studio Orrick: «Oggi in Italia le aziende hanno forte necessità soprattutto di risorse finanziarie allo scopo sia di resistere alla congiuntura economica sfavorevole, sia di finanziare le proprie politiche di espansione», osserva. «Ma le società di media grandezza faticano a trovare questo tipo di risorse presso il sistema bancario. Per questo motivo mi aspetto che saranno proprio queste realtà a considerare per prime la possibilità di quotarsi, proprio con l’obiettivo di trovare un canale differente di finanziamento».

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