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Ipo Facebook, partono le cause

NEW YORK – Il collocamento di Facebook finisce in tribunale: almeno tre studi legali hanno intrapreso azioni giudiziarie contro i vertici del social network e le banche che hanno guidato il suo sbarco in Borsa, accusandoli di aver ingannato il mercato. Nel mirino è finito anche il Nasdaq, al punto che – secondo indiscrezioni – il rivale New York Stock Exchange ha preso a corteggiare Facebook per una quotazione presso di sè.
Al centro del principale ricorso, che a New York si propone di trasformarsi in una causa collettiva, sono le revisioni al ribasso dei pronostici del gruppo da parte degli analisti di Morgan Stanley e altri colossi di Wall Street impegnati nel roadshow del gruppo, revisioni discusse però solo con pochi clienti e tenute invece nascoste a schiere di normali investitori. Altre denunce sono in arrivo altrove negli Usa, a cominciare dalla California dove Facebook ha sede. L’azienda e il suo collocamento sono sempre più nel mirino anche delle Autorità: lo stato del Massachusetts ha chiesto a Morgan Stanley la consegna di documentazione sugli incontri avuti con gli investitori a Boston, una delle tappe del roadshow. E la Finra, l’organismo di autoregolamentazione dei broker, ha a sua volta annunciato di volerci vedere chiaro. Questo dopo che il presidente della Sec, Mary Schapiro, ha già promesso l’apertura di indagini sulle «questioni» sollevate dal collocamento «per difendere la fiducia nei mercati».
Le indagini della Sec comprendono la débâcle del Nasdaq nella gestione degli ordini elettronici. Anche la Commissione bancaria del Senato intende vederci chiaro. Al Nasdaq, dove Facebook aveva ormai perso il 18% in tre sedute, il titolo è tuttavia riuscito ieri a recuperare terreno nonostante lo spettro dei guai legali (+3,2% a 32 dollari). Nel dettaglio, le “denunce” sostengono che i prospetti aggiornati nel corso dell’avvicinamento dall’Ipo non contenevano, in realtà, informazioni accurate sulla frenata del business di Facebook, dovuta alla migrazione di utenti sul meno redditizio segmento mobile. E che le ultime revisioni degli analisti delle banche, con «informazioni materiali», sarebbero state «comunicate in modo selettivo», danneggiando molti investitori e avvantaggiandone pochi.
Alcuni fondi avrebbero ridimensionato gli acquisti di titoli o venduto rapidamente all’inizio degli scambi grazie alle informazioni ricevute. Morgan Stanley ha finora risposto negando ogni irregolarità e affermando di aver seguito le procedure previste nei collocamenti.
Le polemiche sull’Ipo si sono arricchite di nuovi dettagli: i tagli «segreti» nei pronostici sarebbero stati significativi, del 5% nelle entrate del solo secondo trimestre. Ed è affiorato che un ruolo decisivo nel gestire l’Ipo, nello stabilire il prezzo e le dimensioni dell’operazione, è stato giocato da due personaggi: il 41enne direttore finanziario di Facebook David Ebersman, al quale il fondatore e ceo Mark Zuckerberg aveva delegato del tutto l’Ipo per conto dell’azienda. E il co-responsabile del settore high-tech di Morgan Stanley, Michael Grimes. I due, con un accentramento di potere e influenza raro anche a Wall Street, avrebbero concordato il rincaro del pricing a 38 dollari e l’incremento di un quarto nei titoli collocati alla vigilia dell’Ipo.

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