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Ior, rivolta di vescovi e suore “Basta col terzo grado sui nostri conti correnti”

«Piuttosto è lei che mi deve spiegare che fine avete fatto fare ai miei soldi!”. «E perché devo dirle come utilizzerò questi 100 euro che devo prelevare? Io ci faccio quello che voglio senza rendere conto a nessuno». «Ma in base a quale diritto lei vuole sapere da dove provengono i 90 euro che mi sono stati accreditati sul mio conto?». «Cambio banca, qui non ci metterò più piede!…». È rivolta allo Ior (Istituto per le Opere di Religione), la banca vaticana, tra i piccoli e medi correntisti che ogni giorno si presentano al banco per effettuare prelievi, bonifici, pagare bollette. In gran parte preti, suore, religiosi, vescovi. Cardinali pochi perché o hanno un conto presso altri istituti o si servono dei rispettivi segretari per le periodiche operazioni bancarie. Joseph Ratzinger, ad esempio, non ha mai avuto un conto allo Ior né da cardinale né da pontefice.
Da qualche settimana, su decisione della direzione dello Ior, iclienti che si presentono agli sportelli della banca vengono sottoposti dagli impiegati ad una serie di domande. Un terzo grado a cui i correntisti sono costretti a rispondere, pena il blocco immediato dell’operazione. Un interrogatorio senza rispetto della privacy davanti a tutti i clienti presenti. C’è chi — come le suorine che non conoscono molto bene la lingua italiana o il prete che teme di perdere il prelievo che andrà in beneficenza — risponde, pur con grande imbarazzo. Ma non sono pochi quelli che reagiscono a muso duro agli impiegati, che cercano di calmare gli animi spiegando che hanno ricevuto ordini precisi dalla direzione dello Ior nell’ambito dell’operazione di “controllo e pulizia” chela banca da qualche tempo ha intrapreso per rispettare le regole sulla lotta al riciclaggio. Operazione iniziata a luglio con l’invioa tutti i correntisti della banca di una scheda con 11 quesiti relativi alla “identità” del conto: dal nome del titolare (persona fisica o società) all’attività del correntista, provenienza dei soldi (ricavi immobiliari, eredità, stipendi, pensioni, investimenti, donazioni…). Si deve specificare anche se le cifre sono frutto di remunerazioni per insegnamento, pubblicazioni, conferenze, attività commerciali o da libero professionista. Le domande sono accompagnate da una lettera nella quale lo Ior spiega che si tratta di una “richiesta di informazioni aggiuntive per un aggiornamento della documentazione anagrafica e informativa della propria utenza”.
Allo sportello, però, ai correntisti non basta consegnare la scheda compilata. Prima di effettuare prelievi o versamenti anche di piccole somme devono sottostare alle domande personali degli impiegati, che vogliono sapere praticamente tutto, ponendo quesiti e pretendendo risposte al cospetto tutti gli altri correntisti in coda: in particolare “perché state prelevando questa cifra? Cosa ci dovete fare?”. Se un prete, o un religioso, risponde “la devo dare in beneficenza”, scattanoaltre domande su “chi saranno i beneficiari?, e perché la cifra va data proprio a loro?”. Capita spesso che qualche sacerdote destini mensilmente un aiuto ai clochard che stazionano davanti alla parrocchia, così non sanno i nomi di chi assistono. «O mi dice chi è il beneficiario e per quale motivo lei gli dà questi soldi o qui scrivo che lei usa questi 80 euro per motivi personali», è la secca risposta del funzionario Ior.
«E lei crede di evitare il riciclaggio adottando questi metodi?», ha tuonato un vescovo che voleva prelevare 300 euro. «Io con i soldi che prelevo ci faccio quello che voglio e non devo dar conto a nessuno. Siete voi dello Ior che dovete spiegarmi come avete utilizzato i miei risparmi. La verità è che avete perso credibilità e ora — ha protestato l vescovo — cercate di rifarvi una verginità con questi metodi vessatori contro i piccoli correntisti. Non mi vedrete mai più». Ora allo Ior temono che altri seguiranno il suo esempio.
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