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“Io, mio padre e il futuro della Cir sarà rinnovamento nella continuità”

MILANO — Rodolfo De Benedetti, sgombriamo subito il tavolo da un possibile imbarazzo reciproco. Perché ha scelto di fare questa intervista a
Repubblica, giornale di cui la Cir è indirettamente il principale azionista, scelta che può apparire molto facile e poco elegante?
«Credo sia la seconda volta che parlo con voi in 25 anni. Ho pensato semplicemente fosse giusto, che rispondesse proprio all’obiezione dell’ineleganza: un gesto di rispetto e di riguardo dovuto a un gruppo editoriale, l’Espresso, che occupa un posto centrale in Cir e che continuerà a occuparlo per un lungo, lunghissimo tempo. Mi auguro così di aver tolto dall’imbarazzo anche lei».
Tornerò su questo argomento, ma ora riassumiamo: a quasi 78 anni Carlo De Benedetti passa il testimone ai figli Rodolfo, Marco e Edoardo, trasferendo loro gratuitamente il controllo della società. Lei diventerà presidente esecutivo della Cir, Monica Mondardini, ad del Gruppo Espresso, sarà anche l’amministratore delegato della holding. Una rivoluzione, ma la domanda è: naturale evoluzione imprenditoriale, istinto di rinnovamento o fine di un conflitto familiare e tra generazioni?
«È un passaggio che parte da lontano, ancor prima del 2009, e deciso da mio padre con un atto di generosità non comune al quale i miei fratelli ed io rendiamo merito. Ha avuto il coraggio di fare una cosa a mia memoria piuttosto insolita nel panorama del capitalismo
italiano. Uno dei mali del nostro paese è la difficoltà per le nuove generazioni di emergere, nell’imprenditoria come nella politica. Io, invece, questa opportunità l’ho avuta, mi rendo conto di essere stato fortunato. Mio padre è stato un grandissimo imprenditore e un innovatore coraggioso e intuitivo. L’ha dimostrato anche questa volta. Sono felice che abbia voluto conservare la presidenza dell’Espresso. Ci darà ancora un contributo importante di passione e idee. Resta lui il nostro riferimento ».
Lei disse qualche tempo fa: mio padre sa essere molto ostinato, lui è impulsivo, io più riflessivo. Sintesi efficace di caratteri opposti e affilati seppur in maniera diversa. Lei in primavera farà 25 anni di anzianità aziendale, è l’amministratore di Cir dal ‘93. Credo che i contrasti non siano mancati.
«In venticinque anni di collaborazione è impossibile essere sempre d’accordo ma non c’è mai stata nessuna divergenza sulle strategie. Come sempre i fatti valgono più delle parole. Abbiamo carattere, stile e storia differenti. Lui possiede qualità che io non ho, entrambi abbiamo difetti. Ma alla fine siamo complementari e uniti da un affetto fortissimo».
Si dice, infatti: Rodolfo è un animale a sangue freddo, uno “svizzero” nato per caso a Torino. Davvero non ha emozioni o preferisce non dimostrarle?
«Ne ho molte, ne esprimo poche. Le ragioni vanno forse ricercate nella cultura, nell’educazione, nelle esperienze. Non ho il gusto dell’esibizione pubblica, diciamo così».
Si è emozionato quando suo padre vi ha annunciato la decisione di lasciarvi spazio libero? E lei che cosa ha detto a lui?
«Lei non ci crederà, ma mi sono molto emozionato. A mio padre ho detto: so che non era una decisione scontata per un imprenditore che 36 anni fa ha creato un’azienda di successo e ci ha messo soldi, lavoro, intelligenza, fantasia. Ecco perché insisto nel testimoniargli gratitudine per la sua generosità».
In una intervista al Sole 24 Ore, Carlo De Benedetti, nello spiegare il desiderio di dare continuità alla tradizione della famiglia, ha voluto ricordare suo padre Rodolfo e la “Tubi Metallici Flessibili”. Come se a lui voi tutti doveste in qualche modo rispondere. Che ricordo ha di suo nonno?
«Uno su tutti, la mia seconda figlia Alix piccolissima che gioca sul suo letto. Lui ha 99 anni, sono i suoi ultimi giorni. Indica la bambina con un dito, poi lo punta su se stesso e ci dice: c’è quasi un secolo tra noi due. É stato un uomo e un imprenditore straordinario. Ha attraversato due guerre mondiali e le persecuzioni razziali, è dovuto fuggire dall’Italia e quando è tornato dalla Svizzera il suo stabilimento era raso al suolo. Lo ha ricostruito, è andato a riprendersi gli operai uno a uno. Sono l’anello di una catena che parte da lontano. Ne porterò addosso l’entusiasmo e la responsabilità».
Torniamo all’inizio, alla nuova governance della Cir e a un tema che tocca personalmente e professionalmente me e i miei colleghi. Lei in sostanza ha spiegato che il gruppo si rinnoverà nella continuità. Dopo quasi 25 anni in Cir diventa, con i suoi fratelli, azionista di riferimento e presidente esecutivo. Assieme a vostro padre avete proposto a Monica Mondardini la carica di ammini-stratore delegato. È una scelta che rafforza il Gruppo Espresso o che gli toglie qualcosa?
«Su mia proposta abbiamo scelto insieme a mio padre e alla mia famiglia di nominare amministratore delegato di Cir Monica Mondardini. La conobbi quattro anni fa, la presentai a mio padre, le proponemmo di fare l’amministratore delegato dell’Espresso e abbiamo entrambi, mio padre ed io, sviluppato con lei un rapporto di stima e fiducia. Ha fatto un lavoro straordinario, ne abbiamo apprezzato la competenza professionale e le doti umane. Il suo impegno a 360 gradi costituirà un arricchimento per la Cir ma anche per l’Espresso».
Anche lei Rodolfo ha nel cuore i giornali del gruppo? In passato è parso il contrario. Quando potrà decidere, si diceva, Rodolfo venderà.
«Se avessi voluto, l’avrei fatto. Ribadisco ancora una volta che non ho mai pensato a una cessione dell’Espresso. Considero l’editoria una parte integrante e irrinunciabile del nostro portafoglio di partecipazioni. Vorrei che mi si credesse non perché lo dico, ma perché lo faccio. Certo, il settore e il mercato sono difficili e pertanto è necessaria una gestione di grande rigore. Anche in editoria i conti devono tornare; i bilanci in regola tutelano l’indipendenza dei giornalisti e la libertà delle idee».
Ma se la saggezza più grande è avere coraggio, servono anche investimenti.
«Ne facciamo tanti: se non avessimo investito come potremmo avere la leadership che vantiamo nel digitale in Italia? Glielo ripeto, io credo in una editoria capace di innovazione e di realismo. In questi ultimi 20 anni è cambiato tutto, la sfida di un’azienda editoriale è di adattarsi ai cambiamenti, vedendo le opportunità anche in un contesto difficile».
I giornalisti del Gruppo Espresso sono appena usciti da un giorno di sciopero, reclamando appunto un progetto per il futuro che tenga conto delle tante complessità di sviluppo. Che cosa ci risponde?
«Non è mio compito entrare nel merito di una questione che riguarda la gestione dell’azienda e il rapporto con i rappresentanti delle redazioni. L’Espresso è un’azienda che lavora sempre per la sua sostenibilità futura, nell’interesse degli azionisti e dei dipendenti ».
Carlo De Benedetti passa il testimone in un momento non semplice per il gruppo Cir. Lo rivelano i conti degli ultimi nove mesi: un risultato in perdita di dieci milioni di euro, il bilancio negativo di Sorgenia e la flessione dei ricavi dell’Espresso. Non sarebbe stato più opportuno attendere tempi di bonaccia?
«La decisione di mio padre è la naturale conclusione di un percorso, l’attuale fase congiunturale non c’entra nulla. Con mio padre abbiamo vissuto e affrontato anche momenti più complessi. In questi 20 anni abbiamo avuto periodi difficili alternati a fasi entusiasmanti. I risultati dei primi nove mesi testimoniano la criticità del momento, ma il nostro è un gruppo sano e con un management forte. Continuiamo a puntare
su Sorgenia, nessuna intenzione di metterla sul mercato. L’azienda resta un caso di successo, serve 500 mila clienti, crea lavoro e investimenti in Italia. Nella componentistica Sogefi, partita come piccola impresa locale, è diventata una multinazionale da oltre 1,2 miliardi di ricavi. Kos, infine, è una realtà importante nel settore socio- sanitario e occupa piu di 4mila persone in Italia. Certo, la crisi non finirà domani, ma dobbiamo avere fiducia nel medio e lungo periodo ».
Vorrei concludere con il suo parere sul destino di Monti, Berlusconi e il Pd.
«Non parlo di politica. Non questa volta».
Lei ha tre figlie: Neige, Alix e Mita. Vede per loro un futuro in questo paese?
«Mi auguro di sì, in un’Italia migliore. Con mia moglie Emmanuelle abbiamo cercato di dar loro un’educazione aperta. Hanno studiato e studiano qui, ma hanno avuto la fortuna di vedere il mondo. Spetterà a loro scegliere».

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