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Inwit, per l’ok Ue 4mila siti disponibili agli altri operatori

Accesso non discriminato, garantito agli operatori che ne faranno richiesta, a 4mila siti in 8 anni (624 il primo e secondo anno; 626 il terzo e quarto anno e poi poco più di 370 per i restanti) in città con oltre 35mila abitanti; un’appropriata pubblicità dei siti messi a disposizione raggruppati in un “Trasparency register”; nessun esercizio di diritti di risoluzione anticipata dei contratti di hosting già esistenti, ma opportunità di estendere tali contratti fino alla durata degli impegni.

Sono solo alcuni degli impegni presentati da Tim e Vodafone alla Commissione europea per spingere Bruxelles a dare l’ok alla nuova Inwit, che da controllata Telecom al 60% dovrebbe diventare compartecipata dalle due telco. Il 14 febbraio le due società hanno inviato a Bruxelles il documento, che Il Sole 24 Ore ha potuto visionare, e che da ieri è al vaglio degli altri operatori (nella cosiddetta fase di market test) attesi a un feedback con osservazioni e rilievi entro 5 giorni. Il tutto all’interno della procedura antitrust la cui conclusione è prevista per il 6 marzo. Sarà allora, a meno di ulteriori proroghe che però non sembrano essere al momento nelle cose, che Bruxelles deciderà se dare la luce verde all’operazione o rimandare a una Fase 2 con una investigazione più ampia di effetti e possibili rimedi, che allungherebbe di molto i tempi.

Intanto dalla fase di market test si capirà l’orientamento degli operatori in uno scacchiere in cui Fastweb e Wind Tre hanno dal canto loro siglato un’intesa per fare sinergie nella realizzazione delle rispettive reti 5G, mentre Iliad ancora fa da battitore libero. Non a caso proprio la compagnia guidata in Italia da Benedetto Levi è stata la più attiva nel farsi sentire a Bruxelles con richieste di informazioni e non celate preoccupazioni sull’operazione che creerà il gigante italiano delle torri da 22mila siti con Tim e Vodafone al 37,5% ciascuno (pur se con l’intenzione, ormai notoria, di mettere sul mercato un 25%). Va detto che i timori di Iliad più che sulla parte del “ferro”, dell’infrastruttura sono soprattutto legati alla condivisione delle parti intelligenti della rete da parte di Tim e Vodafone a valle dell’operazione.

Le 14 pagine del documento inviato a Bruxelles contengono punti molto tecnici. Il cui comune denominatore comunque, come detto, sta nello spazio messo a disposizione di soggetti richiedenti. I siti andranno individuati e inseriti da Tim e Vodafone nel “Trasparency register” entro 6 mesi dal closing. A quel che risulta al Sole 24 Ore non saranno solo quelli “ridondanti” a valle dell’unione degli asset di Tim e Vodafone e comunque sono previste procedure “garantite” sia per i nuovi entranti che per la stessa Inwit. A vegliare sull’operazione e sullo stato di applicazione degli impegni ci sarà uno o più professionisti all’interno di un “Monitoring Trustee”. Sulla scelta delle persone che ne faranno parte l’ultima parola sarà tuttavia della commissione Ue. Lo spazio (inteso come possibilità di installare componenti attive della rete) dovrà essere concesso ai richiedenti per un periodo compreso fra 6 e 9 anni, non meno di 6, rinnovabile per 3-6.

La Ue lunedì ha spostato il termine per dare una risposta dal 21 febbraio al 6 marzo. La parola ora agli operatori. E a giudicare dalla posta in gioco, nulla è da dare per scontato.

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