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Invitalia farà decollare Alitalia ecco la garanzia per le banche

Per Alitalia c’è la garanzia pubblica — firmata Invitalia — che dovrebbe portare le banche creditrici a convertire il loro debito in azioni, ma manca ancora l’accordo sindacale dopo che ieri la compagnia ha interrotto le trattative. A un giorno solo dalla data ultima per raggiungere un accordo per il rilancio della compagnia la strada si fa più chiara, dunque, sul versante finanziario, ma resta in salita su quello sindacale.
La soluzione sul tavolo riguarda l’aspetto finanziario del salvataggio. Un passo propedeutico per l’eventuale intesa finale. È una specie di scudo quello che è stato messo in campo: le banche creditrici — Intesa-Sanpaolo e Unicredit, i due istituti più esposti — accettano di convertire i loro crediti in azioni della compagnia contribuendo in modo decisivo ai circa 2 miliardi di ricapitalizzazione necessaria, ma chiedono una garanzia pubblica sia su eventuali nuovi crediti sia sul “contingent equity” che dovrebbero versare se il piano di rilancio presentato non dovesse (come temono) proseguire nella direzione programmata.
Il meccanismo di salvaguardia, che riguarderà circa 200 milioni sui 400 calcolati di eventuale “contingent equity”, è stato chiesto prima alla Cassa depositi e prestiti (controllata con l’83 per cento dal ministero dell’Economia), che ha però declinato. Al suo posto ci sarà Invitalia, l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, che fa capo sempre al ministero dell’Economia, che dovrebbe impegnarsi con un prestito convertibile nei confronti della stessa Alitalia.
La missione della società guidata da Domenico Arcui è quella di rilanciare le aree di crisi. Opera soprattutto nel Mezzogiorno e gestisce tutti gli incentivi nazionali che favoriscono la nascita di nuove imprese e le startup innovative finanziando anche progetti esistenti. E in questa veste potrebbe entrare nel salvataggio di Alitalia senza scatenare — secondo i tecnici del governo — la reazione dell’Unione Europea che non consente interventi pubblici diretti nelle casse delle compagnie aeree continentali. Ma l’assenso di Bruxelles non è affatto scontato. Anche questo andrà poi negoziato.
La trattativa tra azienda e sindacati ieri ha vissuto momenti difficili: l’Alitalia ha sospeso il confronto e i rappresentanti dei lavoratori hanno chiesto l’intervento del governo. Oggi dovrebbe essere la giornata decisiva.
Gli esuberi scendono complessivamente a circa 1.700 dagli oltre duemila previsti. Ancora da sciogliere il nodo degli ammortizzatori sociali dopo che l’Inps ha chiarito che il Fondo del comparto aereo non potrà essere utilizzato per il sostegno al reddito di chi volontariamente dovesse scegliere di lasciare il lavoro.
Sta invece andando avanti il negoziato per il taglio del costo del lavoro. Si starebbe lavorando ad un’ipotesi per limitare l’entità dell’intervento sul personale navigante: dall’attuale 22 per cento di taglio dei salari per i piloti di lungo raggio, del 28 per cento per quelli di medio e del 30 per cento agli stipendi di hostess e steward, si potrebbe scendere al 10 o 15 per cento.
Il punto di caduta, che al momento non è stato ancora vagliato in tutti gli aspetti finanziari e le ripercussioni sul piano nell’arco dei cinque anni, porterebbe così i risparmi preventivati (un miliardo in totale al 2021) ad una quota più bassa, sulla voce costo del lavoro. Un sacrificio che potrebbe essere accettato dai dipendenti della compagnia che altrimenti rischia il dietrofront degli azionisti (banche, in testa) che vogliono la firma dei sindacati sul progetto di rilancio prima di aprire il portafogli. Un no porterebbe dritti al secondo e forse definitivo fallimento della ex compagnia di bandiera.

Lucio Cillis

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