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Investitori esteri interessati a Bot e BTp

Tra luglio e settembre nel portafogli delle banche italiane «si sono registrate vendite nette di titoli di stato per circa 10 miliardi; vi hanno influito l’attenuarsi delle tensioni sui mercati della raccolta all’ingrosso e il rimborso delle operazioni di rifinanziamento a tre anni dell’eurosistema. In questo contesto, la riduzione del portafoglio dei titoli di stato potrebbe proseguire nei prossimi mesi».
E’un’inversione di tendenza nei comportamenti delle aziende di credito italiane e lascia pensare che, nonostante i timori che sarebbero stati espressi dal presidente della Bundesbank Jens Weidmann, le banche italiane non useranno nei prossimi la riduzione dei tassi d’interesse appena decisa dalla Bce per comprare più titoli del debito pubblico italiano. A segnalarla è il Rapporto sulla stabilità finanziaria della Banca d’Italia, che mette tra l’altro questo fenomeno in relazione all’attenuazione dei rischi della crisi europea dei debiti sovrani e anche al moderato ritorno d’interesse degli investitori esteri verso i nostri titoli di stato.
Infatti, si osserva nel documento della banca centrale italiana, nella prima metà di quest’anno «gli investitori esteri hanno continuato a effettuare acquisti netti di titoli di stato, portando lo stock in loro possesso al 30 per cento del totale» (in valore assoluto in mano agli stranieri si trovano più di 675 miliardi di euro).
Per l’esattezza, viene annotato nel rapporto,gli investitori esteri hanno effettuato cospicui acquisti netti di titoli pubblici nei primi sette mesi dell’anno, poi sono seguite vendite nel mese di agosto ma «successivamente gli acquisti sarebbero ripresi». Quanto ai prodotti più richiesti dall’estero, il rapporto osserva che gli acquisti si sono indirizzati principalmente verso i Bot (13 miliardi) e i Btp per lo stesso importo.
Va detto, tuttavia, che negli ultimi due anni, proprio a partire dal momento di massimo rischio di uno euro break up con l’aggravarsi della crisi del debito sovrano e il forte rialzo dei tassi sui titoli di stato, gli acquisti di titoli pubblici da parte delle banche italiane sono stati massicci. Il rapporto ricorda che nel primo semestre del 2013 i titoli di stato detenuti dalle banche italiane sono passati da 321 a 396 miliardi di euro e spiega anche che se si fanno i calcoli dai momenti di massima ovvero da dicembre 2011,arrivando fino a settembre del 2013, gli acquisti netti di titoli pubblici da parte delle banche residenti sono stati pari a 150 miliardi di euro( 91 miliardi di euro nell’intero 2012 e 59 nei primi nove mesi del 2013). Alla fine di settembre i titoli di stato rappresentavano il 10% del totale delle attività bancarie(erano il 6% nel dicembre 2011). Buona parte degli acquisti spiegano gli economisti di Bankitalia ha fatto capo ai primi cinque gruppi bancari e agli intermediari piccoli e minori e sotto il profilo della durata si è concentrata sui titoli con durata residua compresa fra uno e 5 anni (nel complesso la vita media residua del portafoglio di titoli pubblici è diminuita, per l’intero sistema bancario, da 5,8 a 4,3 anni). Nell’ambito di un fenomeno generale di “rinazionalizzazione dei debiti pubblici” avvenuto in concomitanza con i timori di uno euro-break up, le banche italiane hanno comprato titoli di stato anche per l’esigenza di impiegare temporaneamente i fondi ottenuti attraverso le operazioni di rifinanziamento a tre anni dell’Eurosistema, in modo da far fronte alle obbligazioni in scadenza, mentre c’erano difficoltà di raccolta sull’interbancario. Un altro possibile motivo dei forti acquisti di titoli di stato è da collegare al passato ampliamento del differenziale fra i rendimenti unitari (al netto del rischio) degli investimenti in titoli e quelli dei prestiti alla clientela (che la crisi ha ovviamente reso più rischiosi). In parte suggeriscono gli esperti di Bankitalia, questi acquisti riflettono anche la condizione di redditività delle aziende di credito( vi hanno fatto maggiori ricorso le banche con elevato funding gap e bassa redditività). Non sembra, invece, secondo via Nazionale, che vi sia una relazione statistica significativa fra acquisti di titoli di stato e flessione dei prestiti alla clientela.

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