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Investitori esteri e fondi a raccolta in Mediobanca «L’Italia ora è affidabile»

La novità è che non siamo più un «Paese a breve termine». Non necessariamente, almeno. Può essere — nel vecchio Palazzo qualcuno certo lo dirà — che a sbagliarsi siano loro: gli investitori esteri. Ma all’Italia non hanno mai fatto sconti. Mai l’hanno considerata un posto in cui mettere denaro, se non con il massimo della selettività e il minimo della durata. Oggi, sorpresa. Mediobanca organizza la sua prima «Mb Ceo Italian Conference», riunisce a porte chiuse 150 big investor (per i tre quarti, appunto, stranieri) e una ventina di amministratori delegati di grandi gruppi bancari, finanziari, industriali, editoriali, dei servizi, mette gli uni a fare domande e gli altri a presentarsi e naturalmente a rispondere. La sintesi è l’opposto di quel che siamo abituati ad aspettarci. Nessuno, proprio nessuno, ha anche solo sfiorato il leit motiv — da sempre e fin qui — di qualsiasi incontro del genere: la politica, la «volatilità romana», l’instabilità dei governi, le perenni campagne elettorali. Erano le prime, spesso le uniche cose che i corteggiati investitori esteri chiedevano a banchieri d’affari e industriali, per poi regolarmente concludere che no, troppo inaffidabili i politici e perciò troppo ingessate le potenzialità del Paese per poter pensare a qualcosa di serio. Ieri, zero. Come se, nonostante tutto, le beghe e le polemiche che l’Italia non si fa comunque mancare non fossero più ritenute un rischio vero sulla strada delle riforme, della svolta, della crescita. 
Non è un dettaglio di colore (le ideologie, poi, c’entrano ancora meno: il business non ne ha). Al contrario. È quel che fa — o potrà fare — la differenza nella promozione della Repubblica a uno status perso da decenni. Il messaggio unanime mandato ieri dal parterre internazionale del Mediobanca Ceo Italian Conference — voluto dall’amministratore delegato Alberto Nagel e organizzato in appena due mesi dal capo della Ricerca Antonio Guglielmi — è un segnale di fiducia nel futuro del Paese. E, ciò che più conta, non nel futuro a breve: questa volta, la disponibilità a investire poggia sulle prospettive che ci vengono riconosciute sul medio-lungo termine.
Tutti sanno — e i dati li ha sintetizzati Nagel nel breve discorso di benvenuto, prima di lasciare spazio al confronto con top manager come Mauro Moretti o Ennio Doris, Victor Massiah o Pietro Scott Jovane, Giovanni Recordati o Guido Barbieri — che la timida ripresa italiana è ancora fragile, che non è «interna» ma trainata soprattutto dall’export, che beneficia dell’irripetibile mix di bassi prezzi del petrolio, bassi tassi d’interesse, forte politica monetaria di sostegno all’economia Ue da parte della Banca centrale europea (al quantitative easing viene attribuito un effetto traino sul nostro Prodotto interno lordo pari allo 0,3%). In parallelo, nessuno ovviamente crede che la crescita dello 0,7% prevista per il 2005 sia, in sé, qualcosa cui brindare. Però — e ieri in Mediobanca lo hanno sottolineato in molti — resta un segnale importante. Non soltanto perché arriva dopo quattro anni di calo: il fatto vero è che fino a pochi mesi fa nemmeno quello 0,7% era scontato.
Cos’è successo poi? Di «nuovo», un’unica cosa: l’avvio delle riforme. Il Jobs act è stato l’esempio più citato, tra i duecento top riuniti in Piazzetta Cuccia. E anche qui: nessuno pensa che da solo basti a farci recuperare competitività; che esaurisca l’agenda di interventi strutturali da allargare al Fisco, alla pubblica amministrazione, al sistema giudiziario, alla generale burocrazia; che i suoi effetti si possano dispiegare in pochi mesi. Ma è qui, che cambia l’atteggiamento degli investitori esteri. Ieri non sarebbero stati disposti ad aspettare, sicuri che volubilità e instabilità politica avrebbero fatto naufragare tutto prima. Oggi non si limitano a sperare che non manderemo come sempre tutto a fondo: scommettono sulla tenuta. E tornano.
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