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Investitori in cerca di stabilità

in Italia. Dall’estero resta una sfida, ma gli strumenti rivolti ad attrarre capitali (stranieri e non) aumentano. Nel corso del 2015 è stato approvato il «decreto internazionalizzazione», ci sono state poi altre norme strategiche, come quelle che hanno introdotto il patent box e l’incentivo Ace.

Il cambio di atteggiamento sta funzionando, ma la strada da percorrere è ancora lunga.

«Per certi versi investire in Italia è ancora una decisione che presenta elementi di complessità e di incertezza superiori a quelli di altri Stati. Negli ultimi anni si è assistito ad una maggiore e migliore propensione all’impresa che nel passato», dice Stefano Grilli, partner del dipartimento Tax dello studio Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners che sul tema ha partecipato recentemente a un convegno organizzato dall’Agenzia delle Entrate, dall’ambasciata Italiana, dall’Ice e dal Mise a Londra. «In ambiti estranei al diritto tributario, le riforme del mercato del lavoro e della pubblica amministrazione e l’istituzione di tribunali speciali per le imprese rappresentano un importante passo in avanti – spiega Grilli – sul versante fiscale, la recente riforma dell’abuso del diritto, delle sanzioni tributarie anche di natura penale e soprattutto l’interpello grandi investimenti costituiscono un indubbio passo in avanti del nostro legislatore e della nostra amministrazione finanziaria a favore di una certezza in ambito tributario che tanto ha penalizzato la reputazione del nostro Paese sui mercati internazionali».

Anche secondo Claudia Gregori, socio di Legance – Avvocati Associati alla luce del migliorato contesto normativo generale e, in una certa misura, anche di quello economico: «sicuramente investire oggi in Italia può essere una opportunità».

Come fa notare la professionista, infatti, nel corso degli ultimi due anni si è assistito ad un rinnovato interesse degli investitori esteri per il Belpaese, anche al di là dei settori tradizionalmente più appetibili per tali soggetti (as esempio il luxury o il food). «In particolare, mi riferisco al real estate, il cui mercato sta vedendo molteplici operazioni (sia di acquisto che di sviluppo), nonché, sebbene in misura inferiore, al settore della industria «pesante» – ha aggiunto Gregori – Al contempo, rispetto ad altri paesi investire in Italia comporta, comunque, sebbene meno che in passato, l’assunzione di una sfida: il percorso per rendere il nostro paese un contesto «stabile» sotto tutti i profili (ad esempio normativo, politico ed economico) è, infatti, stato intrapreso di recente e, come tale, necessita ancora di tempo perché se ne possano apprezzare appieno i risultati e i frutti.
La speranza è che non si verifichino medio tempore dei rallentamenti (o addirittura dei bruschi cambi di direzione), rispetto a quanto iniziato».

Riferendosi poi al «pacchetto» di misure contenute nel decreti internazionalizzazione, il patent box e l’Ace, nonché altri incentivi introdotti (come i «super ammortamenti», l’esenzione da imposizione degli interessi corrisposti su taluni finanziamenti concessi da soggetti esteri), Gregori ha poi confermato che questi strumenti «hanno contribuito ad aumentare l’interesse ad investire in Italia: a mio avviso, ciò non solo a motivo della misure, ma anche in quanto le stesse sono indice di un atteggiamento di maggiore attenzione al mercato internazionale».

Quello che ancora però rappresenta il maggior ostacolo al potenziale sviluppo degli investimenti esteri in Italia è secondo il socio di Legance l’applicazione concreta delle norme, «in quanto in tal senso, sia nella fase fisiologica del rapporto tra contribuente e amministrazione che, a maggior ragione, nella fase patologica (verifiche e contenzioso), ci si scontra spesso con un atteggiamento inutilmente burocratico, e finanche aggressivo, dei funzionari.
A ciò si aggiungano i tempi ancora troppo lunghi del contenzioso tributario. Quanto indicato è causa di estremo disagio per i gruppi multinazionali, che, dopo un iniziale approccio ed entusiasmo per il mercato italiano, a seguito di esperienze negative preferiscono orientare altrove le proprie scelte». Una problematica che per Gregori è ben nota da troppi anni, «ma temo che la risoluzione della stessa ne richiederà ancora molti altri, in quanto richiede probabilmente un completo ricambio generazionale in seno all’amministrazione finanziaria».

La percezione di Grilli sul decreto internazionalizzazione e sugli altri strumenti normativi «è che si tratti di provvedimenti certamente utili in quanto rivolti a ridurre il carico tributario complessivo dell’investimento in Italia». Tuttavia, anche lui sottolinea come gli investitori (italiani o stranieri) siano principalmente interessati dalla certezza e prevedibilità delle norme tributarie. «Le imposte sono ormai un costo dell’investimento che deve essere gestito al pari di tutti gli altri costi. È quindi la certezza che rappresenta l’elemento centrale. In questo senso, a mio giudizio, il provvedimento di maggior interesse è l’interpello grandi investimenti che nasce proprio dalla volontà dell’amministrazione finanziaria di fornire certezza in ambito tributario agli investitori».

A giudizio del partner di Gop è proprio l’interpello la vera grande novità. Attraverso questo strumento l’investitore che effettua un investimento qualificato (almeno 30 milioni di euro) ha diritto a relazionarsi con l’Agenzia delle Entrate al fine di determinare l’impatto fiscale del proprio investimento. Quest’ultimo può anche essere rappresentato dall’acquisto di partecipazioni (particolarmente importante per i fondi di private equity). In questo caso, l’interpello non copre solo gli impatti fiscali correlati all’implementazione dell’investimento, ma anche la struttura dell’acquisizione nonché l’exit dallo stesso.

«È bene ricordare che questo tipo di interpello non è in alcun modo paragonabile a quelli assurti recentemente agli onori delle cronache in relazione agli aiuti di Stato (ad es. il caso Apple)», sottolinea Grilli che spiega come con questo strumento infatti l’Agenzia informi il contribuente circa la propria interpretazione delle norme fiscali in relazione alle quali egli chiesto il parere. Al fine di conferire certezza e stabilità, tale interpretazione non può essere modificata (salvo che il legislatore non modifichi la norma) e nessun altro organo dell’amministrazione finanziaria (articolazioni locali dell’Agenzia delle Entrate ovvero la Guardia di Finanza) può derogare ad essa senza il consenso dell’ufficio che ha rilasciato l’interpello. SI vuole quindi garantire la certezza.

«Lo strumento sulla carta è estremamente valido. Dalla sua applicazione pratica dipenderà la credibilità del cambio di attitudine dell’amministrazione finanziaria italiana e il suo successo presso gli investitori. Data la mia esperienza nel merito, non ho dubbi che si dimostrerà un ottimo strumento», fa notare Stefano Grilli.

D’accordo con lui, anche Claudia Gregori definisce l’introduzione di questo strumento come «un’importante novità» che consente di dare finalmente certezza in modo preventivo e duraturo alle decisioni di investimento nel nostro Paese senza timore di «sorprese» ex post in termini di verifiche e accertamenti e senza possibilità di rettifica in autotutela, dal momento che la risposta dell’Amministrazione resta valida fino a che sono invariate le circostanze di fatto e di diritto sulla cui base è stata resa (o desunta in caso di silenzio-assenso).

«L’istituto può essere di particolare interesse per gli investitori esteri, seppure sia tuttora in una fase di start-up. Potrebbe essere reso ancora più efficace se si riuscisse a condensare l’intero procedimento dal punto di vista temporale. I 120 giorni previsti dalla norma (prorogabili, se necessaria documentazione integrativa, di ulteriori 90 giorni), infatti, rappresentano a nostro avviso una finestra di stand-by ancora troppo ampia rispetto alla velocità degli attuali processi di decision making degli investitori. Resta, ovviamente, da verificare sul campo come verrà applicato lo strumento e, segnatamente, se si riuscirà a rendere il percorso agevole e snello», conclude Gregori.

Maria Chiara Furlò

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