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Come investire con i tassi in risalita

Bond, azioni, liquidità: le strategie di investimento con la fine dei tassi-zero
«Il trend secolare al rialzo delle obbligazioni è ormai giunto alla fine». Alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare da un gestore o un’analista una simile frase in questi ultimi anni: con altrettanta puntualità profezie del genere sono state però poi clamorosamente smentite, una ad una. Il mese di ottobre che ci siamo appena lasciati alle spalle, il peggiore degli ultimi 6 anni per i prezzi dei bond, ci ha riproposto ancora una volta la situazione e messo di fronte all’interrogativo di sempre: che sia davvero la volta buona per un rialzo dei tassi sostenibile del tempo e dunque per riconsiderare anche in modo radicale la composizione dei propri investimenti?
Per dare una risposta occorre risalire alle cause di movimenti, che sono stati molto marcati secondo gli standard del reddito fisso, ma che finora hanno avuto ripercussioni limitate sui mercati valutari e addirittura quasi nulle sulle Borse. La scintilla è per certi versi scoccata il 21 settembre, quando la Banca del Giappone ha deciso a sorpresa di cambiare strategia monetaria e di controllare il rendimento del titolo decennale giapponese per impedirne ulteriori cali al di sotto dello zero.
Non senza un certo paradosso, i bond di Tokyo sono quelli che hanno subito le conseguenze minori in queste ultime settimane, la mossa ha però portato gli operatori a mettere in dubbio l’efficacia delle politiche ultra-espansive condotte dalle banche centrali (che finora hanno funzionato quasi come una «coperta rassicurante» per i mercati) e a pensare che un’era sia prossima alla conclusione. Di qui l’estensione del fenomeno, che ha riguardato in maggior misura le scadenze lunghe rispetto a quelle brevi (ciò che in gergo tecnico si definisce «irripidimento della curva») e che ha però assunto forme differenti nelle diverse aree del globo.
Negli Stati Uniti, per esempio, il rialzo dei rendimenti si è accompagnato a dati economici solidi e alla crescente convinzione che la Federal Reserve alzerà il costo del denaro a dicembre (dopo la riunione di ieri sera della Banca centrale Usa la «stretta» è data ormai oltre il 70%), mentre in Gran Bretagna hanno invece avuto un ruolo decisivo le attese di inflazione determinate dalla forte svalutazione della sterlina post-Brexit. L’Eurozona si è mossa in parte per le indiscrezioni su una graduale riduzione dello stimolo monetario Bce (mai confermate dai diretti interessati), in parte di riflesso a una ripresa della dinamica dei prezzi, peraltro timida e determinata essenzialmente dal petrolio.
L’Italia, infine, ha sofferto da parte sua anche le tensioni legate al prossimo referendum costituzionale e i titoli del Tesoro hanno allargato il divario nei confronti di quelli spagnoli, i «rivali» di sempre. Ed è proprio tenendo a mente queste differenze, oltre che cercando di valutare se i fenomeni appena descritti – il ritorno dell’inflazione, in particolare in Europa, e l’avanzata dei rendimenti obbligazionari – siano o meno destinati a proseguire nei prossimi mesi, che il risparmiatore è chiamato a gestire in questa particolare fase di snodo dei mercati non soltanto i bond che ha in portafoglio, ma anche la liquidità e soprattutto le azioni, le cui valutazioni (come tutti gli asset rischiosi) sarebbero messe in discussione dalle difficoltà del reddito fisso.

Maximilian Cellino

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