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Investire grazie ai robot, così le banche italiane salgono sulle startup

ROMA.
Intesa Sanpaolo ha messo sul piatto 30 milioni di euro, che potrebbero diventare cento. Unicredit ha impegnato da subito 200 milioni. Le due principali banche italiane hanno cominciato a investire in startup. Venture capital, come si definiscono, tra i più ricchi del Paese. Non possono farsi trovare impreparate: «La Silicon Valley sta arrivando», avvertiva qualche tempo fa uno che se ne intende, il gran capo di JPMorgan Jamie Dimon. Intendeva che l’innovazione tecnologica sta mettendo sottosopra il mestiere del credito. E che in questa rivoluzione le giovani aziende innovative sono più pronte dei vecchi istituti di mattoni. Capaci di smaterializzare gli sportelli e affidare a intelligenze robot le scelte di investimento. O di prestare denaro anche alle piccole imprese, a cui le banche dicono spesso no. Più smart, più snelle, più efficienti.
Basta vedere il fiume di denaro, 1,8 miliardi di euro, investito l’anno scorso in Europa nel fintech, il singolo settore dell’innovazione che ha attirato più investimenti. Le banche straniere hanno cominciato già da un pezzo. La spagnola Bbva ha scommesso oltre 68 milioni sul credito tutto digitale di Atom, l’americana Citigroup ha messo lo zampino in oltre 25 startup. «Con questa operazione, a cui lavoriamo da un anno, ci mettiamo al loro livello», dice Maurizio Montagnese, capo dell’innovazione di Intesa Sanpaolo, che ha appena lanciato il suo fondo Neva Finventures. Non un esordio assoluto. La banca aveva un altro veicolo, Atlante, dedicato alle startup. Solo che questo, 30 milioni allargabili a cento, non nasce come un investimento finanziario, ma industriale: «Sul fronte dell’open innovation – spiega -, ormai conviene spesso sposare l’innovazione che viene dall’esterno piuttosto che produrla all’interno».
Neva stringerà delle partnership con incubatori e acceleratori europei che si occupano di startup, come The Floor a Tel Aviv, entrando magari nel loro capitale. E allearsi con chi conosce bene il settore fintech è anche la strategia di Unicredit Evo. In questo caso il prescelto è Anthemis, uno dei fondi leader di Londra, capitale mondiale dell’innovazione finanziaria. Sarà lui a gestire i 200 milioni di euro stanziati dalla banca, 25 dei quali per aziende appena nate, che devono ancora sviluppare il prodotto, e 175 quelle più mature, pronte a partnership commerciali: «Cerchiamo soluzioni da portare ai nostri clienti nel modo più veloce possibile», dice Marco Berini, responsabile per le iniziative di innovazione del Gruppo. «Le startup finanziarie si stanno spostando da servizi dedicati al cliente finale ad altri rivolti alle banche stesse, come l’applicazione dell’intelligenza artificiale ai processi di business». Per l’istituto, potranno diventare una sorta di settore ricerca e sviluppo esterno. E i primi due investimenti arriveranno a breve, diretti a due startup americane.
E’ soprattutto al mondo anglosassone infatti che Intesa e Unicredit guarderanno. Ma c’è chi, come Banca Sella, è convinto che anche le startup italiane possano dire la loro. L’istituto piemontese, per quanto piccolo, ha una solida tradizione di innovazione. Tra i primi a scommettere sull’e-commerce e investire a inizio anni 2000 nella piattaforma Mutuionline. Ha lanciato un acceleratore, Sella Lab, da cui sono nate circa 30 aziende innovative. Acquisito una startup, Hyde, che lavora sulla digitalizzazione del denaro, integrando il suo team. E creato un fondo venture da 30 milioni di euro con cui ha investito, tra le altre aziende, su Sardex, il circuito con cui le imprese sarde si fanno credito “in natura”, scambiandosi reciprocamente servizi o prodotti. «Pensiamo di integrarlo con i nostri Pos», dice Doris Messina, responsabile del fintech nel gruppo. Per nulla sorpresa che altri istituti italiani facciano un passo in avanti nel rapporto con le startup, in passato limitato a concorsi di idee o mini finanziamenti: «La tecnologia sta cambiando il ruolo della banca. Ora deve essere al centro dei processi di innovazione ». L’alternativa, del resto, è subirli.
Filippo Santelli
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