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Investimenti Ue: l’Italia chiede di più Aziende in crisi, per il 43% niente tasse

Il governo italiano non si rassegna, e spinge per modificare i meccanismi del nuovo Fondo per gli investimenti messo in piedi dalla Commissione Ue, sollecitando maggiori incentivi per favorire il contributo degli Stati membri alla sua dotazione finanziaria. Così come è disegnato il Fondo di potenziali 315 miliardi avrebbe assoluta libertà di scelta dei progetti da finanziare, che sarebbe affidata ad un Comitato indipendente, senza quote nazionali, o di settore, in cui investire. E benché gli apporti di capitale sarebbero «neutralizzati», cioè non impatterebbero sul deficit, molti stati, sono perplessi. 
«Il ministro Pier Carlo Padoan mi ha detto che l’Italia non ha ancora deciso se aderire al Fondo» ha spiegato ieri il vice presidente della Commissione, Jyrki Katainen, a Roma per una tappa del tour di presentazione del fondo. Le riserve italiane sono del resto naturali. Viste le scarsissime risorse di bilancio e quel che c’è da fare qui solo per le infrastrutture, non avrebbe molto senso mettere due o tre miliardi in un Fondo che poi realizza una ferrovia in Portogallo. Gli stessi soldi, sempre neutralizzati ai fini del deficit grazie alla nuova flessibilità sui conti pubblici, potrebbero essere messi sul piano di sviluppo della banda larga, o sull’alta velocità.
Un problema logico da risolvere per garantire il successo del nuovo strumento. Una delle strade suggerite dal governo italiano è quella di «socializzare» almeno l’effetto leva prodotto dal Fondo. Se un contributo nazionale di un miliardo attiva cinque o sei miliardi di investimenti, grazie al meccanismo delle garanzie, almeno una parte di questa somma generata dall’effetto leva (che sia superiore all’apporto di capitale) potrebbe essere garantita al Paese contributore.
Dalla Commissione per ora sono arrivate delle timide aperture, ma per capire se i meccanismi potranno essere aggiustati bisognerà attendere il termine del «road show» del Fondo che servirà a Katainen soprattutto per saggiare il polso delle altre capitali europee. L’attesa per il nuovo strumento è molto alta: il neopresidente della Commissione, Jean Claude Juncker, ci ha costruito il consenso che ha portato alla sua nomina. Ed una forte azione di rilancio dell’economia reale in Europea è quanto mai necessaria dopo una crisi durata lunghi anni, e che non stenta a finire. Giusto ieri i dati del ministero dell’Economia sulle dichiarazioni fiscali delle imprese confermavano un quadro molto preoccupante. Ben il 43% delle imprese non ha pagato imposte nel 2012 o è andata in credito fiscale, perché in perdita. La quota di aziende in utile è scesa del 4%, quella delle imprese in perdita è salita dell’8%.
La ripresa dell’economia, anche attraverso il rilancio degli investimenti, è considerata dal governo indispensabile, anche per mantenere l’equilibrio dei conti pubblici. Il nuovo esame della Ue è a marzo e Katainen non ha voluto sbilanciarsi. Ha speso però parole molto positive per l’azione del governo Renzi, che è stato decisivo nel rilancio dell’iniziativa europea, e per le sue riforme, in particolare il Jobs act e la Giustizia. «Sono stati incontri molto incoraggianti» ha detto il commissario, che ha incontrato anche il presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, e che quasi nessuno ormai vede più come il «falco» di due mesi fa.

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