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Investimenti Ue-Cina, i tre nodi da sciogliere per un accordo

È in un clima di sfiducia europea nei confronti della Cina che si è tenuto ieri in teleconferenza un incontro al vertice tra Bruxelles e Pechino. I Ventisette si vogliono più uniti e più assertivi nei riguardi del Paese asiatico. La discussione ha dato nuovo impulso politico alle trattative su un accordo dedicato agli investimenti, anche se i dirigenti comunitari sono rimasti molto cauti dinanzi all’ottimismo di Pechino per una intesa entro fine anno.

«Il rapporto con la Cina deve basarsi su chiari principi: la reciprocità e la cooperazione leale», ha avvertito in una conferenza stampa la cancelliera Angela Merkel che ha partecipato all’incontro con il presidente Xi Jinping insieme alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e al presidente del Consiglio europeo Charles Michel (la Germania è presidente di turno dell’Unione). «Vogliamo mettere pressione (…) perché si facciano progressi in vista di un accordo sugli investimenti».

Il vertice è giunto in un momento delicato nelle relazioni sino-europee, segnato dal giro di vite sullo stato di diritto deciso da Pechino a Hong Kong, dai sussidi sleali di cui godono molte imprese cinesi in Europa, e dai dubbi di spionaggio tecnologico cinese. Meno di tre mesi fa, durante un altro incontro bilaterale, la signora von der Leyen aveva addirittura denunciato attacchi cibernetici cinesi contro alcuni ospedali europei in piena epidemia influenzale (si veda Il Sole 24 Ore del 23 giugno).

Sul fronte dei negoziati relativi a un accordo dedicato agli investimenti, la Commissione ha spiegato che le parti hanno individuato tre nodi su cui negoziare nelle prossime settimane: la disciplina sugli aiuti di Stato, la questione dei sussidi pubblici, i trasferimenti forzosi di tecnologia (in gennaio, la Commissione ha presentato regole relative all’importazione di tecnologia 5G, ma senza mettere al bando la società cinese Huawei). Bruxelles vuole ottenere parità di trattamento con Pechino.

La signora von der Leyen ha espresso «cautela» su un accordo entro fine anno: «Resta ancora molto da fare (…) Bisogna seriamente che Pechino metta mano alle barriere regolamentari all’ingresso». La Cina – ha aggiunto – «deve convincerci dell’utilità di una intesa». Iniziato nel 2013, il negoziato si trascina da sette anni.

Intanto le parti hanno definitivamente firmato ieri un accordo di protezione delle indicazioni geografiche – 100 per parte – raggiunto l’anno scorso (si veda Il Sole 24 Ore del 7 novembre).

Dal 2019, i Ventisette definiscono la Cina un rivale strategico sistemico. Il Paese è un mercato in crescita e anche un importante partner finanziario, ma preoccupano molte scelte, a cominciare dall’uso della forza a Hong Kong o nello Xinjiang (dove Bruxelles propone di inviare osservatori). Nota Janka Oertel, ricercatrice dello European Council on Foreign Relations: «I Ventisette hanno capito che, invece di essere un partner costruttivo, la Cina è sempre più un rivale che agisce contro gli interessi europei».

Per anni, la Germania ha ritenuto il Paese un mercato d’esportazione, mentre il mondo economico esortava il governo a considerare le ragioni dell’economia, piuttosto che le ragioni della morale. Oggi vi è un cambiamento di umore. Nei giorni scorsi, il presidente di Siemens Joe Kaeser ha detto a Die Zeit: «Condanniamo categoricamente qualsiasi forma di oppressione, di lavoro forzato o di violazione dei diritti dell’uomo». Il gruppo bavarese conta oltre 35mila dipendenti nel Paese asiatico.

Finora, trovare l’unità dei Ventisette nel gestire il rapporto con la Cina è stato molto difficile. La Corte dei Conti europea ha appena pubblicato un rapporto in cui ha notato come in questi anni molti Paesi membri abbiano violato le regole comunitarie, firmando con Pechino accordi commerciali bilaterali senza informarne la Commissione. Una decisione del Consiglio risalente al 1974 prevede che intese di cooperazione con Paesi terzi debbano essere notificate a Bruxelles.

Sempre secondo i calcoli della Corte dei Conti europea, la Cina avrebbe investito nei 27 Paesi dell’Unione europea circa 150 miliardi di euro nel periodo 2010-2019. Annemie Turtelboom, che ha diretto la redazione del rapporto appena pubblicato, ha quindi esortato i Paesi membri ad agire uniti nei confronti del grande paese asiatico. D’altro canto, la crescente instabilità a livello mondiale – dalla Cina alla Turchia alla Russia – sta inducendo i Ventisette ad apprezzare sempre di più l’ombrello offerto dall’Unione europea.

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