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Investimenti, serve un balzo del 25%

Dall’inizio della crisi gli investimenti in Italia sono crollati del 25 per cento. Eliminare quel fossato consentirebbe di abbattere il tasso di disoccupazione del 6%, con un milione di posti di lavoro in più, per avvicinarsi alla soglia del 6%, anticamera per una ripresa solida e duratura. In Spagna, dove la situazione è ancora più drammatica, con quasi un quarto della popolazione attiva senza lavoro (24%), un aumento degli investimenti compreso tra il 35 e il 50% farebbe scendere la disoccupazione del 16%, con circa 3 milioni di nuovi occupati, raggiungendo un livello compatibile con il ritorno della crescita. In Francia, nuovo malato dell’Eurozona, un impulso agli investimenti del 22% ridurrebbe la disoccupazione del 3,5%, con un milione di occupati in più. Non è un esercizio di fantaeconomia, ma il risultato di uno studio in via di pubblicazione di Luigi Campiglio, professore ordinario di politica economica presso l’Università Cattolica di Milano, sulla relazione indissolubile tra gli investimenti e la capacità di creare lavoro. Un viaggio tra logaritmi e formule matematiche alla scoperta del cosiddetto «investment gap» proprio mentre l’Unione europea è alle prese con il piano Juncker da 315 miliardi in tre anni che giovedì e venerdì approderà sul tavolo dei leader Ue per l’approvazione formale.
Campiglio ha battezzato l’indicatore «Gife», acronimo della versione inglese di «gap di investimento compatibile con la piena occupazione». L’attenzione dell’opinione pubblica, spiega l’economista, «è oggi concentrata sull’output gap, la differenza tra il Pil potenziale e quello effettivo, che è la base per calcolare il saldo strutturale di finanza pubblica e le eventuali manovre aggiuntive». In realtà, precisa Campiglio, «il divario più importante è quello degli investimenti, vero motore della crescita».
L’investment gap può essere calcolato in modo trasparente sulla base della relazione tra la variazione della disoccupazione o dell’occupazione e la differenza percentuale degli investimenti su base trimestrale a confronto con lo stesso trimestre dell’anno precedente. Per individuare la soglia di disoccupazione compatibile con la crescita viene preso come riferimento il tasso di disoccupazione più basso degli ultimi dieci anni:?il 6% circa appunto per l’Italia raggiunto nel 2007, circa il 7% della Francia (registrato nel 2008) e circa l’8% per la Spagna, un livello che risale al 2007. «I risultati – chiarisce Campiglio – non sono uno slogan, ma opportunità concrete e a portata di mano».
Ripercorrendo la storia della crisi di trimestre in trimestre i destini incrociati tra investimenti e mercato del lavoro balzano subito all’occhio.
In Italia, per esempio, il top degli investimenti è stato raggiunto nei primi tre mesi del 2007, con un incremento del 2,7% rispetto allo stesso periodo di un anno prima. Nello stesso periodo il tasso di disoccupazione ha registrato il suo calo più significativo: 1,4 punti in meno. Al contrario il secondo trimestre del 2009 è stato il momento più buio con investimenti sprofondati del 13,6%, seguiti da altri trimestri con segno negativo. Da quel momento il numero dei senza lavoro è aumentato progressivamente fino al quarto trimestre 2009. Il record di aumento del tasso di disoccupazione (+2,7%) è stato invece raggiunto nel secondo trimestre 2012, mentre gli investimenti avevano imboccato da circa un anno il segno negativo.
Il copione si ripete anche per la Spagna. Anche qui gli investimenti hanno avuto una nuova linfa nel primo trimestre di sette anni fa con un balzo del 5,9% rispetto allo stesso periodo di un anno prima. E proprio in quel momento il tasso di “desempleo” ha iniziato ad attenuarsi. A Madrid il taglio degli investimenti è cominciato nel secondo trimestre 2008, con una discesa agli inferi fino al -21,3% dall’aprile al giugno 2009. Proprio in quel periodo la disoccupazione ha iniziato la risalita. In Francia gli investimenti hanno registrato il crollo maggiore nel secondo trimestre 2009 (ben dieci punti percentuali) innescando un rialzo della disoccupazione.
«Questi dati – spiega Campiglio – mostrano che solo con una strategia di investimenti è possibile ritrovare la via della crescita, spostando il focus dal pareggio di bilancio alle politiche di rilancio. A fare da volàno dovranno essere gli investimenti pubblici per riattivare anche quelli privati. In questo contesto il piano?Juncker, seppur migliorabile, può essere un buon inizio. Anche la possibilità di non calcolare i contributi al nuovo Fondo Efsi ai fini di una procedura di infrazione sarebbe una breccia importante». Accanto all’iniziativa europea, prosegue l’economista, «serve però una strategia nazionale per individuare i settori chiave su cui puntare per ripartire. Occorre agire in fretta».
E la Germania? Come sempre Berlino viaggia controcorrente, perché di fatto si trova già in una situazione di piena occupazione, con un tasso di senza lavoro al 4,8%, il più basso tra i Ventotto, ma un andamento a due facce tra l’Ovest virtuoso e l’Est ancora in affanno. Anche Berlino, però, ha il suo tallone d’Achille: gli investimenti in infrastrutture. Un po’ di nuova linfa non farebbe male neanche a loro.

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