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Investimenti, l’Italia guarda a Uk e Polonia

Servizi finanziari, servizi innovativi, servizi contabili di base, e anche un po’ di metalmeccanica. Saranno questi i target degli investimenti italiani all’estero in questo 2016. Quanto ai Paesi, invece, ci saranno occhi soprattutto per la Gran Bretagna, l’Irlanda, il Lussemburgo, la Polonia, la Slovacchia, l’Albania e la Romania.
Non c’è solo l’Italia che attrae capitali, c’è anche quella che all’estero li investe. Soprattutto in Europa: nel 2014 (sono gli ultimi dati disponibili, perché le banche centrali li aggiornano a giugno di ogni anno) i flussi di investimenti italiani all’estero hanno raggiunto quota 26 miliardi di dollari, di cui oltre 15,8 verso il Vecchio Continente.
Propro giovedì scorso la Lavazza ha annunciato lo shopping della francesce Carte Noire per 700 milioni di euro e della danese Merrild per altri 300 milioni, con l’obiettivo di conquistarne i rispettivi mercati. Eppure, non sono né la Francia né il settore del food i due protagonisti degli investimenti italiani all’estero di questo 2016: «L’alimentare italiano è fatto di pochi grandi campioni di peso internazionale che all’estero puntano ad esportare, non a investire», spiega Massimo Arrighi, partner di A.T.Kearney.
Dove scommetterà allora l’Italia? «Per il 2016 possiamo individuare tre sottoinsiemi – sostiene Arrighi – il primo è quello dei servizi finanzari e innovativi, che vede come mete ideali la Gran Bretagna, l’Irlanda e il Lussemburgo: la prima soprattutto per i servizi più innovativi, che ruotano intorno alla City, la seconda per le attività più di back office». A portare l’Italia qui saranno soprattutto i tempi rapidi di attuazione dei progetti, più ancora dei vantaggi fiscali: questo è un terreno, infatti, che negli ultimi tempi si è fatto più scivoloso.
Il secondo gruppo di potenziali target riguarda il comparto della metalmeccanica e dell’elettromeccanica ed è quello più a misura di piccole e medie imprese: «Chi guarda all’Europa in questi settori punta soprattutto sulla Polonia e sulla Slovacchia – spiega Arrighi – entrambi i Paesi offrono un tessuto manifatturiero di buon livello ma con costi decisamente competitivi rispetto a quelli italiani».
Il terzo drappello di Paesi nel mirino dell’Italia è formato da Albani e Romania: «Qui – conclude Arrighi di A.T.Kearney – arriveranno soprattutto gli investimenti nei cosidetti servizi di base, come i call center o la contabilità amministrativa». Agli investitori italiani questi Paesi offrono un buon trade off tra costi bassi e buone competenze professionali.

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