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Investimenti, prima intesa tra Cina e Unione europea

Dopo sette anni di negoziati, con numerosi alti e bassi, l’Unione europea e la Cina sono prossimi a un accordo politico su un nuovo trattato che dovrebbe regolare gli investimenti tra i due blocchi. Il negoziato ha subito una brusca accelerazione nel fine settimana di Natale, risolvendo alcune questioni delicate, relative in particolare al lavoro forzato nel paese asiatico. L’intesa è politicamente importante perché mette ordine in un rapporto bilaterale controverso.

Durante una riunione diplomatica ieri qui a Bruxelles, i rappresentanti nazionali sono stati informati dalla Commissione europea sull’andamento delle trattative. «Gli ambasciatori europei hanno accolto positivamente i recenti progressi nei negoziati – ha spiegato un diplomatico europeo -. La presidenza tedesca dell’Unione è giunta alla conclusione che nessuna delegazione si è opposta e che la via per una intesa politica è tracciata».

Secondo le informazioni raccolte qui a Bruxelles, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e il presidente cinese Xi Jinping potrebbero riunirsi in teleconferenza già nei prossimi giorni per «siglare l’intesa politica», secondo le parole di un diplomatico. Inizierà poi un lungo iter che prevede una finalizzazione del testo, il benestare del Consiglio e l’approvazione del Parlamento europeo.

Il trattato deve servire a garantire il rispetto della proprietà intellettuale, ad assicurare parità di accesso al mercato, a imporre regole di trasparenza ai sussidi pubblici versati dal governo cinese. Secondo un recente rapporto della Corte dei Conti europea, nel 2018 lo stock di investimenti diretti cinesi in Europa era pari a 202 miliardi di euro (3% del totale). Secondo l’ambasciata d’Italia a Pechino, lo stock di investimenti italiani in Cina sempre nel 2018 era pari a 9,6 miliardi di euro.

Il trattato – che potrebbe entrare in vigore nel 2023 – è di competenza europea (non richiede quindi le singole ratifiche nazionali). Durante la discussione di ieri tra i rappresentanti diplomatici, solo la Polonia ha espresso dubbi sull’accordo, chiedendo che si aspettasse l’insediamento della nuova amministrazione Biden prima di dare un benestare all’intesa. Il benestare del Consiglio non richiede l’unanimità, solo la maggioranza qualificata (Varsavia non può quindi bloccare l’intesa).

L’accelerazione nel negoziato è avvenuta intorno a Natale, su pressione anche della presidenza tedesca. Tre gli aspetti che hanno permesso l’intesa a livello tecnico. La Cina ha accolto l’offerta comunitaria di una apertura solo parziale del mercato europeo dell’energia. Nel contempo, Pechino ha accettato di ratificare quattro convenzioni internazionali dedicate al diritto dei lavoratori e si è anche impegnata a lavorare in vista di una ratifica di una convenzione specifica sul lavoro forzato.

Questa richiesta europea aveva bloccato i negoziati nelle scorse settimane, tanto che prima di Natale esponenti comunitari avevano espresso pessimismo su una rapida conclusione delle trattative. Oltre a esserci menzione della questione del lavoro forzato nel preambolo del trattato, dovrebbe nascere un gruppo di lavoro ad hoc per seguire da vicino i progressi cinesi. Inoltre, le parti si sono ripromesse di negoziare a parte nel giro di due anni un meccanismo di protezione degli investimenti.

In questi ultimi anni, il governo cinese ha scatenato la viva reazione europea (oltre che tensioni tra i paesi membri), in particolare con il progetto Belt & Road Initiative, la nuova Via della Seta, definita dal rapporto della Corte dei Conti europea «uno strumento utilizzato per promuovere le ambizioni geostrategiche della Cina». Col tempo, il rapporto dei Ventisette con il paese è cambiato, diventando più accorto. Pechino è ormai partner negoziale, concorrente commerciale, rivale politico.

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