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Investimenti, il piano franco-tedesco

La necessità di sostenere la domanda per rilanciare l’economia e lottare contro la deflazione è ormai sentita da tutti i governi europei. La Germania ha confermato ieri che, insieme alla Francia, sta finalizzando una proposta di piano per favorire gli investimenti in Europa. Questa dovrebbe essere presentata durante una riunione dell’Ecofin a Milano venerdì e sabato. A sorpresa, l’iniziativa prevede una maggiore propensione al rischio della Banca europea degli investimenti.
Nel loro documento, ancora in lavorazione e che il Sole 24 Ore ha potuto visionare, Parigi e Berlino aprono la porta all’uso crescente di un volano comunitario pur di rilanciare l’economia europea. Prima di tutto, fanno notare che alla fine del 2013 il livello di investimenti era inferiore del 15% ai livelli precedenti la crisi. Pur con differenze importanti tra gli Stati membri dell’Unione, i due Paesi attribuiscono il calo a tre fattori: l’aumento dell’indebitamento privato, le condizioni finanziarie, e l’incertezza economica.
La proposta franco-tedesca si basa su due direttrici. Da un lato, c’è la consapevolezza che un ambiente economico più efficiente faciliti gli investimenti. Dall’altro, c’è la convinzione che in un contesto economico incerto il ruolo del pubblico nel rassicurare il privato sia utile. Sul primo fronte, Parigi e Berlino sottolineano la necessità di completare l’unione bancaria; riorientare i bilanci nazionali, mettendo l’accento sulla crescita di lungo termine; migliorare l’accesso al mercato delle imprese.
La proposta franco-tedesca mette l’accento anche sull’urgenza di rendere il mercato del lavoro più moderno e l’amministrazione pubblica più efficiente. Il ragionamento è chiaro. Se gli investimenti oggi in molti Paesi sono limitati è perché il tessuto economico è segnato da regolamentazioni eccessive, ostacoli istituzionali, criminalità organizzata. Tutti fattori che pesano sulle prospettive di un investitore. La colpa non è quindi solo di bilanci bancari in cattiva salute che inducono le banche alla cautela nel dare prestiti.
Più interessante è la seconda direttrice. Francesi e tedeschi sono favorevoli a una maggiore propensione al rischio da parte della Bei. Per certi versi è una novità, almeno da parte tedesca, che più volte in passato ha rimarcato la necessità di difendere il rating tripla A della banca comunitaria. I due paesi, nel loro rapporto, esortano a fare uso delle attuali capacità finanziarie della Bei «per aumentare la sua volontà di prendere rischi», rafforzando di converso «il suo ruolo anti-ciclico».
Secondo la proposta franco-tedesca, in un contesto di grande incertezza economica e a sei anni dal drammatico fallimento di Lehman Brothers, l’obiettivo della Bei deve essere di compensare deficienze di mercato e sostenere il settore privato, in modo da meglio mobilitare le risorse private. Nel contempo, secondo Parigi e Berlino, è necessario utilizzare il bilancio comunitario per rilanciare l’economia, magari creando un fondo tutto dedicato a progetti europei orientati alla crescita.
Per ora, a questo stadio della messa a punto della loro proposta, Germania e Francia non fanno cifre. La loro iniziativa giunge dopo che il presidente designato della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha promesso anch’egli un piano di investimenti da 300 miliardi di euro. Presidente di turno dell’Unione, l’Italia stessa ha proposto di creare un fondo ad hoc finanziato dalla Bei e da banche nazionali pubbliche (si veda Il Sole 24 Ore del 5 settembre).
La Banca centrale europea ha spiegato che il rilancio economico dipende da sforzi congiunti, monetari e politici. Alla Germania, rilanciare gli investimenti è utile perché sarebbe un modo per evitare che l’onere di lottare contro la deflazione sia nelle mani della sola Bce: a Berlino, misure di allentamento quantitativo non piacciono. Ciò detto, la Germania non vorrà che un eventuale piano di investimenti europei diventi una scusa perché Roma e Parigi eludano l’urgenza di modernizzare le loro economie.

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