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Investimenti fuori dal patto, pressing di Renzi

Per il presidente del Consiglio Matteo Renzi è un vero chiodo fisso. Lo ripete in ogni sede a tutti i suoi interlocutori: scorporare dal patto di Stabilità la quota di cofinanziamento nazionale dei progetti che si avvalgono dei Fondi strutturali. Ne ha parlato a fine febbraio a Roma con il presidente della Commissione, Ue Jean-Claude Juncker. Poi a Parigi al vertice del Pse e a Venezia, al bilaterale italo francese con Francois Hollande. Infine ieri, nella prima parte del Consiglio europeo dedicato tutto ai temi economici, il premier italiano è tornato alla carica consegnando la proposta ma senza ottenere (come già nel passato) alcun affidamento sia pure vago e generico sulla possibilità che il progetto possa tradursi presto in realtà.
Mentre il presidente della Bce, Mario Draghi attirava l’attenzione dei capi di Stato e di Governo dei 28 sul fatto che la politica monetaria «non può affrontare alcune debolezze strutturali di base dell’economia dell’Eurozona» e che per questo «servono riforme strutturali, che puntino principalmente ad elevare il livello della domanda, investimenti pubblici e tasse più basse», Renzi ribadiva un concetto già espresso mercoledì davanti al Parlamento: su migranti e crescita «servono risposte oppure la Ue è finita». Renzi ha riconosciuto a Draghi e alla Bce il «grande lavoro fatto» ma ha ricordato pure che «non basterà ricorrere a un bazooka mensile perché senza la politica non si riparte».
Quello sulla crescita, secondo fonti governative, sarebbe per Renzi un vero “mantra” («crescita, crescita, crescita» avrebbe detto in Consiglio il premier italiano ai suoi colleghi). Obiettivo da conseguire con gli strumenti di flessibilità consentiti dal Patto di stabilità compreso «lo sblocco dal Patto del cofinanziamento nazionale dei fondi europei». Secondo i collaboratori del presidente del Consiglio «solo lavorando sugli investimenti si può sciogliere la montagna incantata della crescita in Europa».
C’è da dire che la Commissione Ue già prevede in alcuni casi «la deviazione dall’aggiustamento di bilancio legata alla spesa nazionale su progetti cofinanziati dalla Ue sotto la politica strutturale e di coesione, nell’ambito dei progetti di interesse transeuropeo e per “connecting Europe”», oltre che per «il cofinanziamento nazionale dei progetti straordinari del Piano Juncker». Una deroga limitata nel tempo e con limiti ben precisi. Si tratta di capire se la proposta di Renzi intenda andare oltre i paletti di Bruxelles inserendo ad esempio anche altri progetti (tipo la Salerno Reggio Calabria).
Sulla questione dei migranti e il negoziato con la Turchia Renzi ha lamentato l’assenza di risposte credibili. «Credo non ci si possa permettere di non fare un accordo con la Turchia – ha chiarito il premier – ma sia chiaro che l’accordo, se ci sarà, farà da precedente». In sostanza, per Renzi l’accordo con la Turchia potrebbe un domani essere replicato anche con altri Paesi dai quali provengono flussi migratori come Libia o Albania. Un accordo, tuttavia, «non a qualunque costo» perché anche la Turchia «deve dimostrare di rispettare i diritti umani e la libertà di stampa». Secondo Renzi, «è giusto lavorare per un accordo partendo dai nostri valori e ideali, credo sia possibile e in questi due giorni cercheremo di affrontare e risolvere tutte le tematiche problematiche».
Il prossimo step, secondo Renzi, è dare una mano agli amici greci perché «è impossibile che noi andiamo su Marte con la missione europea e non riusciamo a salvare i bambini a Idomeni, quindi è assolutamente necessario tenere in considerazione le giuste preoccupazioni di Cipro e degli altri Paesi dell’Ue. Ma poi la vera sfida è andare in Africa come Unione Europea a creare occasioni, progetti di cooperazione gestiti dall’Ue, avere luoghi di rimpatrio gestiti dall’Ue e una proposta di politica unitaria. Questa è la proposta che l’Italia lancia da due anni».

Gerardo Pelosi

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