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Investimenti esteri in recupero

Gli investimenti dei colossi farmaceutici Merck Serono e Sanofi Aventis in Puglia. L’ingresso della People’s Bank of China nel capitale di Eni ed Enel. L’accordo tra il Fondo strategico italiano e quello sovrano del Kuwait. O il 20% di Gianni Versace a Blackstone. Qualcosa, timidamente, si muove. Dopo gli scossoni della crisi, con l’impennata dello spread e il credito con il contagocce, l’Italia sta tornando gradualmente nei radar degli investitori esteri. Dalle nuove attività produttive alle fusioni e acquisizioni tra società passando per il private equity tra il 2013 e il primo semestre di quest’anno una serie di indicatori testimoniano un cambio di rotta. Tanto che all’Assemblea annuale di inizio maggio il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, ha tranquilizzato i difensori dell’italianità spiegando che «gli investitori esteri sono indispensabili per rilanciare la nostra economia, rafforzare il mercato dei capitali e la competitività del nostro sistema economico».
Il primo segnale arriva dall’Unctad, la Conferenza dell’Onu sullo sviluppo e il commercio. Dopo un 2012 a quota zero nel 2013 il flusso degli investimenti esteri diretti verso il nostro Paese – ovvero le nuove attività produttive e le operazioni di fusione e acquisizione di aziende già esistenti – è balzato a quota 17 miliardi di dollari. Una buona notizia, anche se l’Italia resta in coda tra i 20 Paesi più attrattivi del mondo. Restringendo il focus, secondo le elaborazioni dell’Ice sulla banca dati Fdi Markets del Financial Times, da gennaio a maggio sono stati annunciati 51 progetti di investimento greenfield, con la creazione di nuove attività produttive, contro i 40 nello stesso periodo del 2013. «Per ora – commenta Marco Mutinelli, docente all’Università di Brescia e responsabile della banca dati Reprint del Politecnico di Milano – si tratta di un piccolo segnale, che però interrompe un trend negativo, con progetti d’investimento più che dimezzati tra il 2008 e il 2013. L’Italia sta gradualmente diventando più attrattiva, ma la performance resta distante da quella dei principali Paesi».
Anche l’attività di fusioni e acquisizioni sta lentamente riprendendo vigore. Nel 2013 – secondo Kpmg, che monitora sia i deal tra società che quelli attraverso fondi di private equity – sono state messe a segno 106 operazioni per un controvalore di 13 miliardi rispetto ai 7 miliardi del 2012. E quest’anno sembra iniziato sotto una buona stella: nei primi sei mesi sono state registrate 85 operazioni per un totale di 5 miliardi contro 42 nello stesso periodo del 2013 e un controvalore di 4 miliardi. Lo scorso anno i Paesi più interessati all’Italia sono stati Usa e Francia, seguiti da Gran Bretagna, Svizzera e Germania.
«Oggi le prospettive per gli investimenti esteri in Italia – sottolinea Stefano Cervo, partner Kpmg esperto di private equity – sono positive e ci troviamo all’inizio di un ciclo di ripresa. Sul mercato c’è un’abbondante liquidità e il nostro Paese viene visto come una méta interessante, per i prezzi convenienti, ma non di saldo. Nel mirino sono aziende dei settori del made in Italy, con un occhio di riguardo alla meccanica avanzata». A giocare a favore, spiega Cervo, è «la ritrovata stabilità politica, mentre l’ostacolo principale che ancora scoraggia gli operatori stranieri è il fisco: serve una maggiore certezza in questo campo».
La conferma di un ritorno d’interesse per l’Italia arriva anche dall’Aifi, l’Associazione del private equity e del venture capital. «A esercitare maggiore appeal – afferma il direttore generale Anna Gervasoni – sono le aziende di media dimensione che hanno già una proiezione globale o sono pronte per l’internazionalizzazione. Per loro l’ingresso di un fondo di private equity rappresenta un’opportunità di crescita e di sviluppo».
Secondo il Private equity Monitor (Pem) nei primi sei mesi del 2014 sono state annunciate 22 operazioni contro le 14 dei primi sei mesi del 2013. Una buona premessa per superare a fine 2014 i 28 accordi dello scorso anno.
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