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«Investimenti comuni europei? Ma rispettate il Fiscal compact»

Nel vertice europeo di dicembre prossimo, dopo il voto in Germania in autunno, i leader europei riapriranno molti dei cantieri dell’euro oggi lasciati a metà. Tutti capiscono che la tenuta dell’unione monetaria non può essere lasciata ai quattro venti della prossima recessione, quando arriverà, perché la struttura resta incompleta. Si discuterà e negozierà in tempi relativamente brevi di investimenti comuni per sostenere i Paesi colpiti da una crisi, della proposta di creare un ministro delle finanze europeo o di come liberare più in fretta le banche da crediti in default per centinaia di miliardi di euro.

Sarà un confronto pieno di curve e senza un lieto fine assicurato. C’è però una precondizione precisa che rischia senz’altro di farlo fallire in partenza: una decisione dell’Italia, il Paese con il debito pubblico più alto del club dopo la Grecia, di ignorare le regole europee di finanza pubblica oggi in vigore. Lo ha lasciato deliberatamente capire ieri a Bruxelles il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis, al quale non devono essere sfuggite le posizioni espresse poche ore prima da Yoram Gutgeld.

Il commissario italiano alla spending review, deputato del Pd e ex consigliere economico di Matteo Renzi a Palazzo Chigi, proprio ieri era stato molto esplicito. A suo parere l’Italia dovrebbe rinegoziare il Fiscal compact europeo, ossia l’accordo che chiede ai governi di tendere al pareggio di bilancio. Gutgeld si è anche convinto che il governo dovrebbe impedire che quel patto entri a far parte pienamente del diritto europeo, e per adesso farebbe bene a evitare nuovi aggiustamenti dei conti con la prossima Legge di stabilità.

A giro di posta, Dombrovskis ha risposto da Bruxelles in un incontro con alcuni media europei (fra il quali il Corriere ). Il vicepresidente, che ha la delega sull’euro, sospetta che i danni collaterali di un rifiuto delle regole sul pareggio di bilancio ricadrebbero in primo sull’Italia stessa. «La trasposizione del Fiscal compact nel diritto europeo è qualcosa che abbiamo tutti concordato dall’inizio» ha ricordato, senza citare esplicitamente nessun governo. Per altro, dopo l’approvazione dell’accordo sulle nuove regole di finanza pubblica a Bruxelles nel 2012, l’Italia fu il solo Paese con la Germania a inserire il pareggio di bilancio in Costituzione.

Dombrovskis ieri ha ricordato il problema politico di fondo degli altri governi nel negoziare un piano comune di investimenti o altri impegni finanziari con un Paese dal debito pubblico altissimo. Pochi vorrebbero farlo, se l’Italia rifiutasse di riconoscere il valore di un Fiscal compact anche interpretato con flessibilità. «Un’applicazione credibile delle regole esistenti è il punto di partenza di qualunque rafforzamento delle istituzioni e degli strumenti dell’area euro», ha osservato il vicepresidente della Commissione, che contribuisce in modo decisivo a valutare le leggi di bilancio dei vari Paesi. «Che senso ha mettersi d’accordo su nuove regole, se non rispetti quelle che esistono?», si è chiesto.

La posta in gioco diventerà sempre più chiara nei prossimi mesi. L’idea dell’avvio di un bilancio comune dell’area euro per finanziare nuovi investimenti è inclusa in una serie di opzioni che la Commissione Ue ha presentato nelle scorse settimane. Non si tratta di un eurobond, perché non riguarda la messa in comune dello stock del debito pubblico del passato. Un progetto del genere implica però impegni finanziari congiunti fra i Paesi dell’area euro per investimenti futuri. In Francia Emmanuel Macron proponeva qualcosa di simile già prima di diventare presidente. Anche la cancelliera Angela Merkel ha lasciato intendere che potrebbe fare concessioni su questo fronte dopo le elezioni in Germania.

Dombrovskis definisce una «funzione di stabilizzazione di bilancio per gestire gli choc asimmetrici che dovessero colpire singoli Paesi». Si punta così a prevenire il crollo della spesa pubblica per investimenti, che nel 2011 e 2012 ha aggravato la recessione quando vari governi furono costretti a reagire alla crisi con dosi concentrate di austerità. Ora per arrivare a un accordo dovranno esserci le condizioni politiche, sull’affidabilità dell’Italia e non solo. Ieri Dombrovskis ha ricordato che la Francia si è impegnata a ridurre il deficit entro il 3% del reddito nazionale quest’anno: un obiettivo che Macron sta già rimettendo in discussione, anche per il 2018.

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