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Investigazioni lecite contro i furti

È lecito l’impiego di investigatori privati per la tutela del patrimonio aziendale.
Con la sentenza 25674 del 9 ottobre 2014, depositata il 4 dicembre, la Corte di cassazione è di nuovo intervenuta sul tema del controllo effettuato dal datore di lavoro tramite le agenzie di investigazione al fine di tutelare il patrimonio aziendale.
Nel caso in esame, una lavoratrice, addetta alla cassa di un supermercato, era stata licenziata per giusta causa per non aver registrato, in due episodi verificatisi a distanza di due giorni l’uno dall’altro, la vendita di alcuni prodotti ed essersi appropriata delle relative somme. In particolare, la condotta della dipendente era stata accertata attraverso l’utilizzo di investigatori privati, i quali avevano riscontrato personalmente il mancato rilascio degli scontrini.
In linea con le decisioni dei precedenti gradi di giudizio, anche la Corte di cassazione si è pronunciata nel senso della legittimità del recesso, ribadendo il consolidato orientamento giurisprudenziale sulla liceità dei controlli effettuati dal datore di lavoro a mezzo di agenzia investigativa sugli illeciti del lavoratore che non riguardino il mero adempimento della prestazione, ma incidano sul patrimonio aziendale.
Sul punto occorre ricordare che gli articoli 2, 3 e 4 dello Statuto dei lavoratori pongono dei limiti al potere di controllo del datore di lavoro, rispettivamente, per la tutela del patrimonio aziendale effettuato tramite le guardie giurate, al controllo della prestazione lavorativa da parte del personale di vigilanza ed al controllo “occulto” ovvero da remoto effettuato tramite impianti audiovisivi o altre apparecchiature.
Nella sentenza in commento la Suprema corte, confermando quanto deciso lo scorso marzo con un’altra sentenza in materia di controllo sull’utilizzo improprio dei permessi di cui alla legge 104/1992 (Cassazione 4 marzo 2014, n. 4984), ha statuito che gli articoli 2 e 3 dello Statuto dei lavoratori, pur delimitando la sfera d’intervento di persone preposte dal datore di lavoro a difesa dei propri interessi – e cioè per scopi di tutela del patrimonio aziendale (articolo 2) e di vigilanza dell’attività lavorativa (articolo 3) – «non precludono il potere dell’imprenditore di ricorrere alla collaborazione di soggetti (quale, nella specie, un’agenzia investigativa) diversi dalla guardie particolari giurate per la tutela del patrimonio aziendale, né, rispettivamente, di controllare l’adempimento delle prestazioni lavorative e quindi di accertare mancanze specifiche dei dipendenti, ai sensi degli articoli 2086 e 2104 del codice civile, direttamente o mediante la propria organizzazione gerarchica», fermo restando che il controllo dell’agenzia investigativa «deve limitarsi agli atti illeciti del lavoratore non riconducibili al mero inadempimento dell’obbligazione».
Conseguentemente, la Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento sul presupposto che, nel caso in esame, si era «trattato di controlli diretti a verificare eventuali sottrazioni di cassa» e quindi diretti a salvaguardare il patrimonio aziendale.

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