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Inutile la querela per le firme in banca

La mancata presentazione della querela di falso secondo le modalità previste dall’articolo 221 del Codice di procedura civile non sospende il processo tributario. In ogni caso, anche se regolarmente presentata, la querela di falso non è idonea a inficiare la validità dell’accertamento basato sulle indagini finanziarie, qualora si lamenti soltanto la falsità delle firme apposte sulle movimentazioni bancarie e non anche la titolarità dei conti indagati. Sono queste le principali conclusioni cui è giunta la Ctr Lazio, con la sentenza 3165/20/15 depositata il 3 giugno 2015 (presidente e relatore Picozza).
La pronuncia trae origine da due avvisi di accertamento emessi nei confronti di un contribuente, a seguito di indagini finanziarie effettuate per gli anni di imposta 2007 e 2008 sui conti correnti bancari a lui intestati. In particolare, a seguito delle verifiche, l’ufficio aveva riqualificato come maggiore reddito imponibile ai fini Irpef, Irap e Iva una serie di versamenti sui conti correnti bancari, che non trovano corrispondenza con le fatture emesse.
Impugnato l’atto dinanzi alla Ctp di Roma, il ricorrente ne eccepiva l’illegittimità per insussistenza della violazione contestata a causa, tra l’altro, della presunta falsità di alcune sottoscrizioni apposte sulla documentazione bancaria relativa alle movimentazioni contestate. L’ufficio, a sua volta in giudizio, sosteneva la legittimità della pretesa in quanto, durante il contraddittorio preventivo, il contribuente non aveva mai contestato la titolarità dei conti correnti oggetto di verifica.
I giudici di primo grado respingevano il ricorso. La sentenza di veniva così impugnata davanti alla Ctr Lazio, proponendo in via preliminare querela di falso e lamentando, peraltro, la nullità della pronuncia per la mancata autorizzazione del Direttore regionale dell’agenzia delle Entrate.
Nel respingere l’appello proposto, i giudici laziali hanno innanzitutto preso atto della mancata presentazione da parte del contribuente della querela di falso nelle forme richieste dall’articolo 221 del Codice di procedura civile e, dunque, della mancanza assoluta dei presupposti per la sospensione del processo tributario.
I giudici del riesame hanno tuttavia precisato che, nel caso di specie, anche se fosse stata presentata in ottemperanza a quanto prescritto dalla legge la querela di falso, così come enunciata dall’appellante, non avrebbe comunque, in alcun modo potuto inficiare l’accertamento. Il contribuente, infatti, con la querela ha eccepito la falsità delle sottoscrizioni apposte sulla documentazione bancaria relativa a tre conti correnti, ma non la titolarità delle somme.
Inoltre, la Ctr Lazio, richiamando un ormai consolidato orientamento giurisprudenziale di legittimità, ha precisato che l’illegittimità dell’atto di accertamento può essere dichiarata soltanto nel caso in cui le movimentazioni finanziarie siano state acquisite in assenza di autorizzazione da parte dell’organo sovraordinato e a condizione che tale mancanza abbia prodotto un concreto pregiudizio in capo al contribuente. Anche qualora emergesse in giudizio la mancata autorizzazione, per ottenere la declaratoria di illegittimità dell’accertamento il contribuente dovrebbe fornire prova del concreto pregiudizio che deriverebbe in suo danno dall’assenza dell’autorizzazione.
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