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Intrum spiega il dietrofront «È ora di ridurre gli impegni». Intervista a Mikael Ericson

LONDRA – A un tavolino del May Fair Hotel, a due passi da Berkeley Square nel cuore di Londra, Mikael Ericson sorseggia una centrifuga. È a Londra di passaggio per affari: di solito vive a Stoccolma da dove tira le fila di Intrum in tutta Europa. Nella capitale della Svezia c’è il quartier generale del più grande acquirente di Npl, i crediti cattivi, nel Vecchio Continente.

La sua storia risale indietro nel tempo di quasi un secolo fa: nel 1923 un agente di borsa, Sven Gorandson, acquistava di continuo azioni per conto dei suoi clienti. Si rese,però, conto che c’erano molte società, che dovevano essere aiutate nei pagamenti e nei crediti da gestire. Quasi 100 anni dopo Intrum ha 14 miliardi di ricavi, recupera crediti in 28 paesi, tra cui l’Italia dove è sbarcata nel 1986 e dal 2018 ha una joint-venture con Intesa Sanpaolo. Ora che il CoronaVirus è esploso in tutta Europa e anche Londra è in una sorta di quarantena, la peggiore crisi dalla Seconda Guerra Mondiale ha congelato tutte le fusioni e acquisizioni: operazioni straordinarie, con le Borse crollate, sono finite nel cassetto. Tra queste anche l’acquisto della gamba Gestione Crediti di Cerved, la banca dati italiana quotata in Borsa.

Intrum stava per comprare una parte di Cerved, ma tutto si è fermato. Come mai?

Avevamo una trattativa intavolata: c’era una due diligence in corso e un’esclusiva per 30 giorni. Intrum sarebbe diventata il primo servicer in Italia. Ma l’esclusiva è scaduta e le negoziazioni sono state interrotte a causa della situazione economica relativa ai problemi del CoronaVirus. Come conseguenza abbiamo deciso di ridurre il nostro livello di investimenti e di aumentare il tasso di rendimento atteso su quelli futuri. Il riacquisto di azioni è al momento per noi un investimento attraente, reso possibile dalla nostra forte posizione finanziaria

Niente più acquisto di Npl, pare di capire. Ma finora siete stati una sorta di “spazzino”….

Non siamo uno spazzino, ma una parte del sistema finanziario. Le banche italiane arriveranno a ripulirsi di tutti i loro Npl, che si ridurranno a un livello fisiologico. Ma crediti deteriorati sul mercato ci saranno ancora. Esistono da sempre e ci saranno sempre.

Ammetterà, però, che siete molto golosi di crediti cattivi delle banche italiane.

Perché l’Italia è un mercato che noi riteniamo molto interessante. Nel paese ci sono 325 miliardi di euro di crediti deteriorati lordi ancora da recuperare: 246 miliardi sono sofferenze bancarie, gli altri 79 miliardi sono Unlikely to pay. Di questi, 141 miliardi sono ancora oggi iscritti nei bilanci delle banche (divisi tra 77 di sofferenze e 64 di utp), 198 i miliardi di euro ceduti. Negli ultimi 5 anni le banche italiane hanno fatto una grossa pulizia: dal 2014 al 2019 sono stati ceduti 198 miliardi a fondi, veicoli Gacs, banche specializzate e investitori che hanno piattaforme di recupero. Ma la percentuale di crediti problematici rimane ancora più alta della media.

Il naufragio dell’operazione Cerved vi ha fatto cambiare idea sul paese?

Il coronavirus è un evento drammatico, ma eccezionale. Non avrà alcun impatto sugli Npl esistenti, potrebbe però causare una rapida discesa dell’economia. Ciò detto, Intrum Italy (dove gli svedesi hanno la maggioranza al 51% e Intesa è al 49%, Ndr) ha quasi 1.000 dipendenti che operano in 22 uffici dislocati in 30 città, guidati dal ceo Marc Knothe e dal presidente Giovanni Gilli.

Ma con un paese che finirà in recessione, è logico prevedere che pure i crediti deteriorati esploderanno.

È ancora troppo presto per fare una stima sui futuri crediti deteriorati. Ma l’Italia è un mercato che in futuro diventerà ancora più interessante per noi. La pressione della Bce e della Ue sulle banche italiane, affinché risanino i loro bilanci si espanderà anche agli Utp, un segmento non ancora interessato dalla “pulizia”.

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