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Intrum ha scelto il contratto del credito e comincia ad assumere

Non sono passati neppure tre anni dalla nascita della joint venture Intrum Italy (partecipata al 49% da Intesa Sanpaolo e al 51% dalla società svedese Intrum) ma sono bastati per creare le basi di un operatore fortemente riconoscibile nel mercato degli Npl, i non performing loan, con una massa gestita di oltre 40 miliardi. E anche nel mercato del lavoro. Alla fine del 2018, quando venne costituita, «nella società arrivarono circa 550 dipendenti di Intesa Sanpaolo che andarono ad unirsi ai circa 350 che già lavoravano per la società, nata dall’unione di Intrum Iustitia e Lindorff e dall’acquisizione di Caf – racconta il direttore delle risorse umane, Massimo Martinoia -. Una parte rilevante del business, in Italia, era costituito dal recupero crediti telefonico, quelli che noi chiamiamo small tickets. La joint venture con Intesa ha portato a un notevole ampliamento del raggio di azione del nostro business, introducendo una maggiore complessità, non solo in termini di valore finanziario. Questo ovviamente ha portato e sta via via portando a una crescente necessità di competenze più evolute».

In Europa, Intrum conta 80mila clienti, seguiti da circa 10mila professionisti che gestiscono ogni giorno 250mila interazioni. In termini di forza lavoro l’Italia pesa quasi per il 10%: Intrum Italy ha infatti più di 900 lavoratori, in 28 sedi, sui quali con la nascita della joint venture è stato fatto un importante sforzo di armonizzazione contrattuale e di creazione di un’identità forte. Con un certo interesse anche al mercato del lavoro per far fronte sia al turn over che all’espansione del business. «La società mette in conto una media di oltre 40 ingressi all’anno – dice Martinoia -. I requisiti per candidarsi non sono facili: innanzitutto c’è la conoscenza perfetta dell’inglese, considerata la lingua principale, e poi competenze quantitative, dagli investimenti al marketing, al legale. Le figure più ricercate sono gli analisti, ma prima di rivolgerci al mercato, quando si aprono delle posizioni, cominciamo sempre con una ricerca interna».

Se prima della joint venture con Intesa Sanpaolo il contratto collettivo di riferimento era quello del commercio, oggi, per tutti, fatta eccezione per una cinquantina di persone, «il contratto di riferimento è diventato il contratto complementare del credito. Per chi è arrivato da Intesa Sanpaolo, l’accordo in essere ha garantito il mantenimento delle principali condizioni contrattuali incluso il Welfare aziendale, che in un’ottica di armonizzazione è stato esteso a tutti i dipendenti di Intrum Italy a prescindere dalla provenienza. Parliamo, ad esempio, delle condizioni agevolate per i conti correnti, i mutui, la policy di previdenza sanitaria».

Da Intesa, Intrum Italy ha ereditato anche l’accordo di smart working del 2015 che prevede, in estrema sintesi, 2 giorni a settimana o 8 giorni al mese di lavoro a distanza. Nella nuova sede milanese lungo i Bastioni di Porta Nuova, all’angolo con via Solferino, sono state raggruppate tutte le altre sedi presenti in città e nelle zone limitrofe. Entrando e attraversando i tre piani, si percepisce una sede vivacemente popolata, complice anche l’età media molto giovane, intorno ai 40 anni. «Le persone stanno facendo lavoro ibrido e, per poter garantire ancora un opportuno distanziamento negli spazi ufficio, oggi chiediamo il 60% in presenza e il 40% in remoto – continua Martinoia -. Con l’aggiunta di una importante flessibilità che può essere considerata uno dei lasciti della pandemia. L’orario di lavoro classico, 8.30-17 può essere gestito spostando l’ingresso fino alle 10.30 e recuperando poi il tempo a fine giornata, mentre nella pausa pranzo sono sparite le timbrature del cartellino che sono richieste solo in entrata e in uscita. Questo per consentire ai lavoratori di gestire meglio vita e lavoro e il commuting».

Escluse le fasi di zona rossa, nella società si è sempre fatto un certo ricorso almeno al 20% di lavoro in presenza, con l’impegno a creare un ambiente di lavoro dove fossero rispettate le misure di salute e sicurezza: la distanza di un metro e mezzo, periodiche sanificazioni degli ambienti, ricircolo dell’aria primaria, presenza di gel igienizzanti, dotazione di almeno 2 mascherine Ffp2 a settimana. «Per chi è stato costretto a spostarsi da casa al lavoro con i mezzi, durante le fasi più acute della pandemia la società ha suggerito l’uso dell’auto privata e rimborsato le relative spese, incluse quelle per i parcheggi – aggiunge Martinoia -. Oggi c’è un ritorno alla normalità in cui ai lavoratori è richiesta una parte di lavoro in presenza, con turnazioni dei team che consentono il distanziamento. Tutto questo anche per evitare l’effetto isolamento generato dalla pandemia. Lo smart working viene comunque considerato un modello di lavoro che resterà, con i necessari aggiustamenti. Si auspica non più emergenziale anche per il futuro, tant’è che sono stati fatti importanti investimenti tecnologici e in formazione».

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