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Intesa, utili a quota 3,1 miliardi L’obiettivo è la doppia cedola

Grazie a un modello di business diversificato e all’abilità nel controllare i costi, Intesa Sanpaolo conferma la sua capacità di generare reddito pur in un quadro difficile. E riesce così a rassicurare il mercato sull’aspetto più sensibile, ovvero la politica sui dividendi prevista i prossimi anni.

Di certo c’è che la banca guidata da Carlo Messina nei primi nove mesi dell’anno ha già messo in cassaforte un utile netto pari a 3,1 miliardi: un dato che, oltre a essere un dato in linea con le attese, è superiore all’obiettivo per l’intero 2020. Merito, nel terzo trimestre, di una crescita di interessi netti e commissioni, e di un netto calo dei costi operativi (-3,7%) rispetto all’anno scorso. Il mercato ha apprezzato, premiando il titolo con un balzo del 3,7%, confermando così la seconda banca per capitalizzazione in Europa (32 miliardi) dietro Bnp Paribas.

Vero è che l’utile dei primi nove mesi è risultato in calo del 7% rispetto ai 3,31 miliardi dei primi nove mesi del 2019 (6,3 contando il badwill Ubi di 3,3 miliardi che però peserà nel quarto trimestre). Ma al netto delle rettifiche su crediti (1,31 miliardi) computate per i futuri effetti della pandemia, i profitti netti si attesterebbero a quota 3,95 miliardi, in rialzo del 20% circa. Il tutto avviene peraltro senza considerare l’acquisizione di Ubi, operazione che dispiegherà i suoi effetti nei prossimi trimestri.

Confermato dunque l’obiettivo di 3,5 miliardi di utili nel 2021, Ca’ de Sass mette a target 5 miliardi di profitti nel 2022, quando i benefici derivanti dall’incorporazione dell’ex popolare entreranno a regime. E su questo aspetto ai piani alti di Intesa si stima che le sinergie siano «molto superiori» ai 700 milioni lordi annui previsti fino ad oggi, come spiega il banchiere. Sulla scorta di questi risultati, la banca punta a distribuire i dividendi promessi al mercato e temporaneamente congelati dalla Bce, sia relativi al 2019 che al 2020. «Siamo convinti di essere una delle banche meglio posizionate per poter riprendere la distribuzione dei dividendi una volta avuta l’autorizzazione della Bce», dice Messina. L’idea è confermare un pay out ratio del 75% per il 2020 e del 70% per il 2021. E in aggiunta alla distribuzione dei dividendi previsti a valere sul 2020, «verificheremo il consenso della Bce rispetto alla distribuzione da riserve del dividendo 2019».

Se la disponibilità della banca insomma è chiara, ancora da decifrare è la posizione di Francoforte. Si capirà tutto a inizio dicembre, quando Bce valuterà se correggere la propria raccomandazione sui dividendi. L’ipotesi che circola sul mercato è che «sarà più difficile distribuire (i dividendi, ndr) relativi al 2019» sebbene ci sia «una possibilità anche per questi», ha detto Messina, mentre «per il 2020 sarà più semplice». Intesa parte da una condizione di solidità patrimoniale che lascia ampi margini: il Cet1 è al 15,2%, livello che garantisce un eccesso patrimoniale di 22 miliardi (660 punti base) rispetto ai minimi regolamentari. È uno «scudo», come lo chiama Messina, che potrebbe diventare prezioso anche per accelerare l’uscita degli Npl, nonostante oggi l’istituto registri più il più basso flusso di crediti deteriorati lordi di sempre. L’effetto della pandemia sui crediti, che beneficiano delle moratorie governative, è del resto ancora lontano dal manifestarsi. Ma urge prepararsi: non a caso la banca ha già messo a bilancio 1,3 miliardi di accantonamenti nei primi nove mesi per futuri impatti legati al Covid-19. I prossimi trimestri di certo aiuteranno a rendere il quadro più chiaro: anche per questo la banca punta a elaborare un nuovo Piano di Impresa entro la fine del 2021.

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