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Da Intesa e Unicredit utili per 1,2 miliardi. Ok gli aumenti, adesso serve una terapia d’urto sulle sofferenze

UniCredit e Intesa Sanpaolo, le due principali banche del Paese, hanno realizzato nei primi tre mesi dell’anno 2016 utili netti per 1.212 milioni di euro. Una cifra che sarebbe potuta essere molto più grande se non avessero dovuto essere anche le prime investitrici nel Fondo Atlante, a cui hanno destinato 845 milioni di euro ciascuna.

Quei 1.212 milioni – per due terzi riconducibili alla performance di Intesa targata Carlo Messina – sono un dato estremamente incoraggiante e che deve risultare da stimolo per tutti i concorrenti, perché raggiunto in un periodo di grande complessità e con un sentiment di mercato nei confronti del settore – basti ricordare l’andamento di Borsa nelle prime sei settimane del 2016 – particolarmente avverso. Nel complesso, le prime 11 banche italiane, hanno realizzato utili netti per 1.125 milioni – meno di quanto messo assieme da UniCredit e Intesa – perché i guadagni realizzati da Mps, Ubi, Bpm, Bper, PopSondrio, Creval e Credem non sono bastati a riequilibrare le perdite evidenziate da Banco Popolare (333 milioni) e Carige (40,9).

IndicazioniÈ stato comunque un trimestre estremamente indicativo e nel complesso positivo. UniCredit e Intesa sono banche di dimensione e mentalità europea, che sanno confrontarsi sui mercati e rispondere alle esigenze di trasparenza degli investitori istituzionali: da sole trainano il sistema. Poi, anche se con dimensioni diverse, il Monte dei Paschi ha visto la conferma della profonda opera di pulizia e razionalizzazione che fa capo a Fabrizio Viola, tanto da confermarsi in terreno positivo con un utile netto di 93 milioni tutt’altro che disprezzabile: nessun altro, in Italia, a parte le due big, ha saputo fare meglio.

La Banca Popolare di Milano è arrivata a 48,5 milioni, Ubi a 42, Bper a 30,9, il Credem (!) a 46,5. Lontanissime le due valtellinesi: 5 milioni di utile netto per il Creval, 22 per Popolare Sondrio.

NordestIl panorama impone comunque riflessioni importanti. Perché, ad esempio, non si sono considerate le condizioni delle due ex popolari del Nordest, Vicenza e Veneto, ridotte in stato pre-agonico da dissennate gestioni che hanno portato a un dissesto nell’ordine dei 25 miliardi di euro, senza considerare l’indotto, ovvero l’impatto che ancora deve manifestarsi su tutto il sistema industriale in affari con quelle banche. Per salvare la Popolare di Vicenza è dovuto intervenire il Fondo Atlante con 1,5 miliardi cash . Su Veneto Banca la partita è aperta, ma serve un miliardo entro la prima metà di giugno. Gli effetti di quanto è accaduto a Nordest, oltre a impoverire pesantemente quella che era la «locomotiva d’Italia», sta condizionando l’intero percorso del sistema bancario nazionale, che sarebbe felicissimo di non dover pagare i conti delle scellerate gestioni che per vent’anni han fatto capo alla coppia Zonin-Consoli. Anche perché i problemi sul tavolo sono gravi e concreti. Il primo riguarda il futuro stesso del business bancario. Le sue modalità operative. Proprio le recenti trimestrali hanno evidenziato – consideriamo sempre primi 11 sportelli nazionali – a fronte di utili netti per 1.125 milioni di euro un totale dei ricavi che ha raggiunto quota 14.029 milioni.

Segno menoMa tutte le banche considerate – con esclusione di Carige, su cui ancora aleggia nefasta l’eredità del presidente-padrone Giovanni Berneschi, cui i danari di Vittorio Malacalza ancora non hanno posto rimedio – ma proprio tutte, hanno visto i loro ricavi diminuire in maniera netta. Si va dal -4,7 per cento di Unicredit al -40,3 per cento della Popolare di Sondrio. Ovvero, meno soldi entrati in cassa, per tutti. Ci sono certamente effetti congiunturali, alcune poste straordinarie e non ripetibili, le sofferenze, anche la stagionalità in alcuni casi ha influito. Ma la tendenza è evidente: la vedete nella colonna più a destra del grafico, una lunga teoria di segni meno. Nello stesso periodo del 2015 le medesime banche avevano realizzato un totale dei ricavi pari a 15,729 miliardi, quest’anno si sono fermate a 14,029. In dodici mesi sono spariti ricavi trimestrali per 1.700 milioni di euro dai conti delle prime 11 banche italiane.

Proiettando questa cifra sui dodici mesi, si raggiungono 6.800 milioni di ricavi in meno. Un vero e proprio allarme sistemico, causato certo dai tassi molto bassi, che penalizzano le banche commerciali, ma anche da un Paese la cui economia stenta a ripartire e dove all’improvviso vengono a galla una serie di partite calde che rischiano di compromettere o prolungare l’uscita dalla crisi.

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