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Intesa-Unicredit, il gelo di Ghizzoni

Unicredit mette le mani avanti di fronte a un’ipotesi di fusione con Intesa Sanpaolo nel nome della salvaguardia dell’italianità degli istituti minacciata da una possibile scalata dall’estero. Una scalata che vedrebbe più esposta Piazza Cordusio rispetto a Intesa Sanpaolo, avendo la prima uno zoccolo duro di soci italiani (Fondazioni più soci privati) limitato al 15% circa contro un più robusto 26% della Ca’ de Sass concentrato nelle fondazioni Cariplo, Compagnia di San Paolo, CariPaRo, Cr Firenze, Cr Bologna.
Ieri è venuto allo scoperto l’amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, a margine dell’incontro con i 250 manager italiani, per respingere lo scenario: «No, sono cose folli» pensare che esistano rischi di scalate ostili per la banca, sia adesso sia in prospettiva. «Me lo chiedete ogni volta. La risposta è no. Noi andiamo avanti per la nostra strada». E anche il presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, Andrea Beltratti, ieri ha sostenuto la stessa lettura: «Non temiamo eventualità del genere», riferendosi alle ipotesi di aggressione, pur sottolineando che «qualsiasi mercato che ha valutazioni basse rispetto ai fondamentali è esposto al rischio di acquirenti di qualsiasi tipo». Entrambi hanno invece opposto un «no comment» alle domande sull’ipotesi di fusione tra i due istituti. Ipotesi che avrebbe avuto la paternità dell’ex banchiere di Goldman Sachs, Claudio Costamagna, con l’obiettivo di mettere in sicurezza anche la filiera Mediobanca-Generali, su sollecitazione di Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, e di Giuseppe Guzzetti, presidente Cariplo.
Il fronte Unicredit già sabato si era espresso con Fabrizio Palenzona, vicepresidente in quota Fondazione Crt: «Ipotesi totalmente irrealizzabile, fuori da ogni senso reale, industriale e finanziario», aveva fatto sapere attraverso un suo portavoce. Adesso anche Ghizzoni ha detto la sua, conscio di rappresentare non solo l’azionariato italiano ma anche una compagine di soci esteri stabili, complessivamente oltre il 20% del capitale, che già adesso sono in gran parte coinvolti nella governance, avendo votato l’attuale consiglio di amministrazione. E un freno è arrivato anche da Giovanni Puglisi, presidente della Fondazione Sicilia, tra gli enti minori azionisti di Piazza Cordusio: «Al momento non mi pare ci sia nulla di tutto questo», oggi l’istituto ha «molti meno problemi di un anno fa». E ha aggiunto: «Costamagna ha già fatto l’operazione Capitalia, lo stimo e gli voglio bene, però un’operazione ogni mezzo secolo basta», con riferimento alla fusione con Piazza Cordusio che è stata una delle fonti di difficoltà in Italia di Unicredit (la Fondazione Sicilia è un ex socio di Capitalia).
Proprio ieri uno degli azionisti esteri di Unicredit, il fondo sovrano libico Lia, ha ottenuto il dissequestro dell’1,2% in Piazza Cordusio e del 2% in Finmeccanica congelate a marzo dalla corte d’Appello di Roma su richiesta del tribunale internazionale dell’Aja. I legali incaricati dal presidente del Lia, Mohsen Derregia — Michael Bosco (Dla Piper), Fabrizio Petrucci (studio Carnelutti) e Ulisse Corea (studio Marini) — sono riusciti a dimostrare che le quote, pari a circa 1 miliardo di euro, sono di proprietà del governo di Tripoli e non invece riconducibili alla famiglia dell’ex dittatore Muammar Gheddafi. Con la quota in mano alla Banca centrale libica, la Libia pesa per oltre il 4% in Unicredit.

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