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Intesa e Ubi sospendono i dividendi Messina: “Tiriamo dritto sull’Ops”

MILANO — Una dopo l’altra le banche stanno convocando i consigli per arrivare alla stessa, scontata decisione: davanti alla “raccomandazione” della Bce (e di Bankitalia per le banche di minori dimensioni) di non distribuire i dividendi, c’è solo una cosa da fare, sospendere la distribuzione. Ieri è stata la volta di Intesa, Ubi e Banco Bpm, nei giorni scorsi avevano già preso la stessa decisione Unicredit, Banca Generali e Banca Mediolanum.
Potrebbe essere un arrivederci, non un addio: tutte e tre le banche hanno preannunciato che riconsidereranno la decisione dopo il primo ottobre – a tanto arriva la richiesta di sospensione da parte delle autorità sperando che da qui ad allora il quadro sanitario ed economico sia tale da permettere alle stesse autorità di togliere i vincoli prudenzialmente caldeggiati con il sistema.
«Nei prossimi mesi le banche come Intesa potranno tornare a remunerare gli azionisti con dividendi elevati e sostenibili», ha promesso l’amministratore delegato Carlo Messina, ricordando l’importanza di dare dividendi ai soci, siano essi i risparmiatori retail o le Fondazioni. La generosa politica delle cedole ha garantito a Messina, negli anni, anche un solido – e stabile – sostegno da parte dei grandi fondi esteri, che hanno la maggioranza del capitale. Ma in tempi di emergenza mondiale, le vecchie regole saltano, anche per chi ha le spalle forti: rinunciando al dividendo Intesa avrà un ulteriore rafforzamento del capitale “nobile” ai fini della sorveglianza, il Cet1, salito dal 14,1 al 15,2%, abbondantemente sopra i requisiti minimi di capitale. In soldoni, l’eccesso di capitale è pari a 16,5 miliardi, che sale a 19 se si considerano anche i recentissimi alleggerimenti dei vincoli, concessi dalla Bce.
Tra le cose che invece non sono cambiate c’è la determinazione ad andare avanti con l’operazione Ubi, che anzi acquista «una maggiore valenza strategica e rappresenta per Ubi una prospettiva ancor più rilevante », in particolare per quanto riguarda le sinergie di costo. Un approccio su cui Messina ha l’appoggio esplicito degli azionisti, ribadito ieri da Francesco Profumo, presidente della Compagnia di San Paolo. Un’offerta pubblica di scambio azionario che invece non trova per niente favorevoli alcuni azionisti forti, Fondazioni in testa, dello schieramento opposto, quello di Ubi (Fondazioni e grandi soci che, tra l’altro, stanno attivamente studiando come difendersi al meglio, anche sul piano giuridico).
Anche Ubi, tuttavia, si è dovuta adeguare all’invito della Bce, rinunciando «per la prima volta nella storia ultracentenaria» della banca a remunerare gli azionisti. Una decisione presa nonostante la forza patrimoniale dell’istituto e una fiera rivendicazione della propria efficienza, anche in relazione alla gestione dei crediti in difficoltà.
Per il Banco Bpm invece sarebbe stata la prima cedola post-fusione: anche in questo caso, se le cose miglioreranno se ne riparlerà dopo il primo ottobre.
Ieri intanto l’Eba, l’autorità europea sulle banche, ha chiesto a sua volta lo stop ai dividendi e ai buy back, aggiungendo la richiesta di moderazione salariale per i top manager. Un invito in una certa misura anticipato dal top management di Intesa e di Unicredit: Messina e altri 21 manager hanno donato complessivamente 6 milioni, maturati sui bonus 2019, mentre Jean Pierre Mustier e altri 7 manager hanno devoluto interamente il bonus 2020 (cifra che può arrivare fino a 8,4 milioni).
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