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Intesa-Ubi, sì condizionato dell’Antitrust all’offerta

L’Antitrust ha deciso: l’Ops di Intesa Sanpaolo su Ubi può avere seguito, anche se dovrà rispettare la condizione di cedere oltre 500 sportelli. È un numero — spiega l’Antitrust presieduta da Roberto Rustichelli nella nota diffusa ieri a Borsa chiusa — «ben superiore a quanto offerto originariamente. Le cessioni si dovranno realizzare nelle aree geografiche in cui si registrano le maggiori criticità concorrenziali e saranno rivolte a uno o più operatori indipendenti in grado di disciplinare la nuova “entità post merger”».

Il timore sotto il profilo del mercato era che con Ubi sotto Intesa Sanpaolo si creasse una eccessiva concentrazione di mercato. E in effetti l’Authority ha rilevato che si creerà un eccesso di quote di mercato nella raccolta e negli impieghi a famiglie e pmi in alcune aree locali (soprattutto del Nord) nonché nella gestione del risparmio e nella vendita di assicurazioni vita, oltre che negli impieghi a grandi imprese. Da qui la necessità di imporre dei rimedi, che corrispondono in sostanza alla cessione di un terzo dell’attuale perimetro di Ubi.

Per Intesa — che ha già ottenuto le autorizzazioni di Bce, Ivass e Consob — è comunque un punto importante a favore. Le condizioni corrispondo a quelle proposte nel corso dell’istruttoria. La banca guidata da Carlo Messina ha già raggiunto un accordo con Bper Banca per la cessione di 532 filiali (elevate dalla originaria forchetta di 400-500) e dei relativi rapporti assicurativi a Unipol, primo socio di Bper con il 20%.

Per questo motivo ieri sera Messina ha definito quello dell’antitrust «un passaggio di importanza fondamentale», anche per essere arrivato ad offerta in corso, «perché garantisce agli azionisti Ubi, che aderiranno all’offerta, la totale correttezza dell’operazione dal punto di vista regolamentare» e che è «pienamente compatibile con la concorrenza. Inoltre garantisce la nascita di un progetto che ha tra i suoi obiettivi la creazione di un gruppo ai vertici europei del settore bancario, rafforzando al contempo il contesto domestico».

L’Antitrust smonta un argomento centrale di Ubi: l’ostacolo opposto dall’Ops al suo ruolo di «operatore maverick», cioè alla sua capacità di integrazione e aggregazione. «Non sono emerse evidenze, né certe né univoche, in merito alla reale possibilità di Ubi di costituire un terzo polo bancario — scrive l’Agcm — diventando il soggetto aggregatore di medie realtà bancarie italiane quali ad esempio Bper, Mps, Bpm». Anzi non ci sarebbero «elementi sufficienti a caratterizzare Ubi come un operatore che esercita una pressione concorrenziale». Di più: suggerisce l’Antitrust che «si potrebbe assistere ad una importante crescita dimensionale del nuovo acquirente che potrebbe raggiungere dimensioni paragonabili a quelle attualmente detenute da Ubi». Insomma il terzo polo potrà farlo Bper.

L’Ops — cui a ieri aveva aderito il 3,28% con lo 0,179% conferito da Fondazione Cr Firenze (socia storica di Intesa Sanpaolo) — si concluderà il 28 luglio. Bisognerà vedere se Intesa — assistita da Mediobanca e dallo studio Pedersoli — centrerà l’obiettivo del 66,7% così da poter dominare l’assemblea straordinaria e procedere quindi alla fusione, o se si fermerà solo sopra il 50,1%. Sarà una soglia dirimente per la cessione delle filiali, che dovrà essere decisa dal board di Ubi. Dal fronte della banca scalata filtra che, senza una fusione, si scateneranno all’interno del board di Ubi — sia pure targato Intesa — forti contenziosi legali sulla vendita del ramo d’azienda. Il ceo di Ubi, Victor Massiah, ha detto giorni fa di non volere un «vietnam legale» ma lo scenario paventato va in questa direzione.

La parola adesso è tutta dei soci di Ubi. Oggi si riunisce la Fondazione Banca del Monte di Lombardia, azionista al 3,9% e componente del patto di consultazione Car che raccoglie il 19% circa del capitale. L’ente di Pavia è apparso possibilista: «Siamo disponibili a valutare i termini dell’offerta. Ci interessa la tutela del territorio e la valorizzazione dell’investimento», ha spiegato nei giorni scorsi il presidente Aldo Poli. Mentre l’altra fondazione socia di Ubi al 5,9%, la Cr Cuneo, ha chiuso per il momento la porta a Intesa Sanpaolo: la proposta, «come attualmente prospettata, non è conforme alle attese». Punterebbe a un rialzo dell’offerta che però è sempre stato escluso da Messina. Chi invece ha già deciso di aderire è la compagnia Cattolica, che ha l’1% ed è membro del Car.

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