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Intesa-Ubi, sfida allargata ai legali Fitch&co per le nozze

Si profila lunga e aspra la battaglia tra Intesa Sanpaolo e Ubi Banca. L’offerta da 4,9 miliardi lanciata la scorsa settimana da Ca’ de Sass per l’acquisto dell’ex popolare – mediante uno scambio carta con carta che vede 17 azioni Intesa per 10 Ubi – al momento ha trovato le porte sbarrate degli azionisti di peso della banca target. Dopo il “no” arrivato giovedì scorso da parte del patto Car – che riunisce il 17,7% del capitale di Ubi -, lunedì è stata la volta dei soci bergamaschi riuniti nel Patto dei Mille, che rappresentano l’1,6% del capitale: anch’essi contrari all’offerta Intesa che valorizza le azioni Ubi con un premio del 28% sul prezzo medio ponderato al 14 febbraio. Il deal potenziale, secondo i pattisti, sottovaluta «significativamente» il valore intrinseco del titolo Ubi e non considera «adeguatamente le sue prospettive reddituali».

Il fronte bresciano

Ora le attese sono tutte per le decisioni dell’altro patto di “peso”, ovvero quello bresciano. Il Sindacato Azionisti Ubi – dove spicca la famiglia del presidente emerito di Intesa, Giovanni Bazoli – doveva riunirsi a inizio settimana ma, complice la diffusione del Coronavirus, ha rimandato l’incontro a nuova data. Il patto può contare su una quota pari al 7,68%, a cui si aggiunge uno 0,8% fuori, per un valore complessivo pari allo 8,37% di Ubi. Un eventuale rifiuto anche di questa anima dell’azionariato di Ubi, porterebbe al 27-28% il blocco dei contrari all’operazione. Senza contare che qualcuno ipotizza anche un ulteriore arrotondamento della quota da parte del Car. Si vedrà. In ogni caso, per Intesa sarebbe meno agevole il superamento della soglia del 67% del capitale. Anche se nulla esclude che, in questo scenario ipotetico, Intesa raccolga le adesioni almeno del 55-60% del capitale in Ops da poter far valere all’assemblea straordinaria di fusione. Qualora invece il patto bresciano dicesse “sì” all’Ops, le cose per Intesa sarebbero più agevoli, perchè la banca potrebbe ottenere più facilmente il quorum dei due terzi dei voti in assemblea, così da favorire la fusione.

Di certo c’è da mettere in conto una non trascurabile battaglia legale tra le parti in campo. Oggi entrambi i fronti stanno lavorando sui dossier. Intesa, assistita da Mediobanca e dallo studio Pedersoli, è alla prese con la preparazione del prospetto che verrà presentato il 7 marzo in Consob. Dopo di che, scatteranno i 90 giorni entro i quali – una volta arrivate le autorizzazioni delle diverse Authority coinvolte, da Bce/Bankitalia all’Antitrust, all’Ivass – Consob dia il nulla osta. Ma prima di allora è realistico che da parte del fronte di Ubi – che è assistita da Credit Suisse e dallo studio Erede – scattino possibili contestazioni all’operazione, in particolare rispetto a una presunta ipotesi di “concerto” o di supporto all’operazione: ipotesi che però verrebbe immediatamente rispedita al mittente in quanto non direttamente collegata all’offerta, visto che l’accordo con Bper-Unipol scatterebbe solo in caso di successo dell’Ops.

Le agenzie di rating

Azionisti di Ubi a parte, a determinare l’esito della battaglia sarà poi soprattutto l’umore del mercato. Intesa, benchè si sia rivolta con la sua offerta all’intero azionariato dell’ex popolare, realisticamente farà breccia nella parte dell’azionariato formata in particolare da fondi di investimento. Le agenzie di rating nei giorni scorsi si sono schierate favorevolmente rispetto al deal, mettendo il credit watch di Ubi in positivo. Fitch, in particolare, con la fusione vede «probabilità più elevate» che Ubi possa diventare parte di un «gruppo più forte» e che possa quindi beneficiare di un supporto da Intesa, che gode di rating più elevati. L’agenzia di rating mette in evidenza i vantaggi dell’essere parte di un gruppo con una rete «più forte, con una maggiore diversificazione dei prodotti e una scala più ampia», mentre la sua propensione al rischio, il management e la strategia potrebbero allinearsi agli standard «più elevati» di Intesa. Diversamente, nell’ipotesi stand-alone, il rating di Ubi rifletterebbe un asset quality «debole benchè in miglioramento», una redditività «debole», una capitalizzazione «accettabile» che però «rimane esposta ai prestiti deteriorati e al rischio sovrano interno». Moody’s, da parte sua, si attende che Ubi verrà «pienamente» integrata dentro a Intesa Sanpaolo dopo l’acquisizione e chei creditori di Ubi possano trarre vantaggio dalla «maggiore» forza finanziaria di Intesa.

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