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Intesa-Ubi è seconda banca Ue. Nel 2021 obiettivo doppia cedola

Intesa Sanpaolo vede «facilmente» raggiungibili tre miliardi di utili nel 2020, visto che solo nel primo primo semestre ne ha già messo in cassaforte 2,6 miliardi. Punta a un utile netto di «almeno» 3,5 miliardi di euro nel 2021, e senza contare il contributo di Ubi. E guarda a un obiettivo di almeno 5 miliardi nel 2022 post-fusione.

Dopo il successo dell’Opas su Ubi, la banca guidata da Carlo Messina rassicura il mercato sulla capacità reddituale prospettica, pur in un quadro incerto come quello determinato dal Covid-19. Un messaggio non scontato, che arriva proprio mentre alcuni dei maggiori colossi bancari – da Santander ad Hsbc, svalutano pesantemente o annunciano maxi-perdite. E che è apprezzato dal mercato, tanto da spingere il titolo del 5%, a 1,79 euro.

Nei primi sei mesi dell’anno, la banca consegue il miglior utile netto dal 2008, incassando 2,6 miliardi di euro. «Significa aver già realizzato l’86% dell’obiettivo minimo di utile netto di 3 miliardi, previsto per quest’anno», sottolinea il ceo Carlo Messina. Il dato, su cui ha inciso positivamente la plusvalenza di Nexi, mostra un aumento del 39% rispetto ai primi sei mesi del 2019. Merito di un attento controllo dei costi e anche di un incremento (+17,4%) dell’attività assicurativa. Il dato esclude i 900 milioni di euro di accantonamenti relativi ai possibili impatti futuri legati alla pandemia. Proprio le possibili svalutazioni su crediti e un futuro aumento degli accantonamenti è un tema di massima attenzione per il gruppo, e si tratta di uno dei punti di incertezza «che ci ha fatto mantenere la guidance». Sotto il profilo della remunerazione degli azionisti, oltre al previsto e congelato dividendo cash sul 2019 (che resta subordinato all’ok Bce), Intesa Sanpaolo intende procedere alla distribuzione della cedola maturata nel 2020, offrendo così ai propri soci un doppio assegno. «Cercheremo di fare tutto il possibile per avere l’autorizzazione della Bce per il pagamento del dividendo», perchè «con il pagamento delle cedole si fornisce supporto all’economia reale».

Le mosse nel risiko europeo

Di certo, con l’acquisizione di Ubi si apre ora «un nuovo capitolo nella storia del nostro gruppo». Intesa si proietta ai vertici del sistema bancario nell’Eurozona. Ad oggi il gruppo, con 34 miliardi di market cap, è la seconda banca per capitalizzazione dietro Bnp Paribas (escludendo Hsbc e Ubs) e davanti a Santander, la sesta per risultato operativo e l’ottava per totale attivi. E grazie all’ingresso di Ubi nel perimetro, si crea «un ulteriore significativo distacco con l’altro player italiano (UniCredit, ndr)», evidenzia Messina, che «a questo punto non è più la più grande banca italiana considerando anche gli asset fuori dell’Italia, perché lo diventiamo noi».

Nessuna intenzione di proiettarsi ora sul tema delle fusioni transfrontaliere. L’idea c’è, nel cassetto, perché la banca punta a rafforzare un ruolo di leadership nello scacchiere bancario europeo, a maggior ragione ora che l’operazione Ubi è andata a segno. Ma in generale la questione del risiko europeo «non è una priorità» al momento. E di sicuro comunque non c’è «nessun interesse» per l’Europa dell’Est, precisa il banchiere. E «nulla» è atteso sul fronte delle fusioni internazionali nei prossimi 2 o 3 mesi, complice anche l’impatto del Covid-19.

Poi, si vedrà. Entro aprile 2021 Intesa punta ad aver «già realizzato un passaggio transformational» con l’aggregazione con Ubi. Messina si dice consapevole di non essere paragonabile a Bnp Paribas e Santander per attivi ma d’altra parte non nasconde come, con questa operazione, Intesa faccia un balzo significativo in avanti nel ranking internazionale, in particolare sotto il profilo borsistico. «La capacità di generare valore c’è» e «questa è la moneta di scambio per qualunque integrazione».

L’integrazione con Ubi

Per ora c’è piuttosto da pensare a mettersi pancia a terra sui cantieri relativi alla fusione con Ubi. Nei prossimi 6-9 mesi «saremo impegnati nell’integrazione», sottolinea Messina. Tra febbraio e aprile questo processo «sarà completato». Ed entro il 2021, la banca comunicherà il suo nuovo piano d’impresa al mercato. Raggiunto con successo l’esito del 91% dell’Opas (ora partirà l’Opa residuale), deposte le armi dello scontro con la controparte, è il momento di concentrarsi sull’integrazione vera e propria affinchè la fusione abbia successo. Sarà Gaetano Miccichè, attuale chairman della divisione Imi Cib di Intesa Sanpaolo, a guidare l’ex popolare appena acquisita, dopo l’uscita di scena di Victor Massiah (si veda altro articolo in pagina). Messina però mette il suo impegno a «occuparsi personalmente della valorizzazione del personale che arriverà da Ubi: mi rivolgo alle 20mila persone che lavorano in Ubi e alla squadra di vertice: sono convinto che ci siano enormi spazi di crescita anche nel nostro gruppo», è il messaggio.

Solo col tempo, poi, ci sarà da pensare alla razionalizzazione del perimetro, visto che la fusione porterà con se la sovrapposizione delle fabbriche prodotto. Il manager non si sbilancia per ora, e definisca il tutto «prematuro». Ma «certamente nel medio periodo», ci sarà una «forte semplificazione del gruppo, in una logica di razionalizzazione nel pieno rispetto delle persone che vi lavorano». In questo quadro, è la chiosa, Iw Bank è «un’azienda che noi abbiamo intenzione di valorizzare».

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