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Intesa sul debito greco, verso lo sblocco degli aiuti

Oltre dodici ore di negoziato durissimo. Ma alla fine Christine Lagarde ha ceduto. La direttrice del Fondo monetario internazionale ha dato il proprio assenso all’operazione di salvataggio della Grecia messa a punto dagli europei dopo essersi a lungo e inutilmente battuta per un taglio sul valore dei titoli ellenici in mano a governi e banca centrale. L’intesa raggiunta a tarda notte all’eurogruppo dovrebbe permettere di sbloccare le rate ancora sospese del prestito già accordato ad Atene per complessivi 44 miliardi di euro, e di salvare il Paese dalla bancarotta.
Per garantire la sostenibilità del debito greco, i ministri si sono messi d’accordo su un mix di misure che vanno dal taglio degli interessi sui prestiti bilaterali concessi dagli altri sedici membri dell’eurozona, al prolungamento delle scadenze del prestito fatto dal Fondo salva stati (EF-SF), al riacquisto da parte della Grecia dei bond ancora in mano ai privati grazie ad un nuovo finanziamento di dieci miliardi. La Bce, tramite le banche centrali nazionali, dovrebbe restituire ad Atene una buona parte dei profitti che ha realizzato sui titoli di stato ellenici già arrivati a scadenza.
Secondo le proiezioni fatte dalla Commissione e dalla Banca centrale, l’insieme del pacchetto avrebbe portato il debito greco al 128 del Pil nel 2020 e al 121 nel 2021. Sarebbe stato dunque necessario concedere ad Atene una proroga di due anni, dal 2020 al 2022, per riportare il debito sotto la soglia del 120 per cento come era stato deciso un anno fa. Ma su questo punto il Fmi non ha voluto cedere, insistendo perché si raggiungesse l’obiettivo nei tempi previsti. Alla fine, con una serie di accorgimenti e di limature, i ministri e la Lagarde sono riusciti a mettersi d’accordo su un obiettivo di riduzione del debito al 124 per cento del Pil entro il 2020, con un taglio di 40 miliardi.
Un livello che il Fmi considera accettabile come soglia di sostenibilità. Nella notte, i ministri e i tecnici erano ancora al lavoro per definire i dettagli della manovra.
La riunione dei ministri dell’eurogruppo, che era cominciata ieri prima del solito in previsione di una discussione difficile. Gli europei, guidati dalla Germania e dalla Bce, escludevano ogni possibilità di svalutazione formale dei titoli di debito greci in loro possesso, che era la soluzione suggerita dal Fmi. Le motivazioni non erano solo politiche, legate al fatto che i nordici non vogliono dire ai propri elettori che dovranno pagare ancora per il salvataggio di Atene. C’erano anche argomentazioni
giuridiche. I Trattati europei, infatti, fanno esplicitamente divieto agli stati membri e alla Banca centrale di finanziare il debito pubblico di uno di loro. E accettare un deprezzamento dei titoli greci equivarrebbe a finanziare direttamente Atene senza contropartita. «Non siamo solo noi a non volere un ‘haircut’: questa è una
posizione condivisa da tutti i governi », si è difeso ieri il tedesco Schaeuble.
Il fondo monetario, però, insisteva che l’unico modo per rendere sostenibili i conti pubblici di Atene fosse quello di tagliare il valore del debito detenuto dagli altri governi e dalla Banca centrale. A tanta determinazione non è estranea la pressione degli Stati Uniti, principali azionisti del Fmi, che da tempo insistono perché l’Europa si impegni sulla strada di una condivisione del debito. Argomento, questo, sempre duramente respinto dai tedeschi e dagli altri Paesidel Nord. Alla fine, anche di fronte al «non possumus» della Bce e di Mario Draghi, la Lagarde ha ceduto, accettando una manovra forse non completamente credibile, ma che ha il merito di rinviare un eventuale «haircut» sui titoli greci in mano ai governi europei a dopo le elezioni tedesche di settembre prossimo.

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