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Intesa su Atene e fondo salva-Stati

di Beda Romano

Dopo quasi dieci ore di accesissime trattative i governi della zona euro hanno messo a punto nella notte tra mercoledì e giovedì un atteso piano di salvataggio della moneta unica. Il timore è che il nuovo salvagente possa non essere decisivo per il futuro dell'unione monetaria. Ciò detto, il suo assetto istituzionale sta rapidamente evolvendo: ieri è nato un nuovo "super commissario per l'euro".

Il comunicato pubblicato alle 5 di ieri illustra un pacchetto complesso, non facile da capire, e per certi versi ancora tutto da negoziare. Il salvagente prevede tre aspetti: una ricapitalizzazione delle banche, un potenziamento del fondo Efsf e una ristrutturazione del debito greco. L'obiettivo è di alleggerire il risanamento della Grecia, rafforzando gli istituti di credito per spezzare il circolo vizioso tra bilanci bancari e debito sovrano.

La durata dei negoziati dimostra quanto l'accordo sia stato difficile da raggiungere. La battaglia della notte ha visto l'acceso confronto tra Parigi e Berlino. Il partner francese, ormai sfiorato dalla crisi – non a caso ieri sera Nicolas Sarkoy ha annunciato un taglio delle stime di crescita del Pil 2012 dall'1,75 all'1% e una manovra correttiva da 6-8 miliardi da varare entro dieci giorni – ha dovuto accettare la maggiore prudenza tedesca, soprattutto nel potenziare l'Efsf. «Tutto si riassume in questa immagine – dice un diplomatico -: la Francia spinge, la Germania frena».

La ristrutturazione del debito greco prevede una decurtazione del valore delle obbligazioni in mano agli investitori privati (esclusa quindi la Banca centrale europea) del 50%. L'operazione dovrebbe permettere di ridurre il debito di 100 miliardi entro il 2020, al 120% del Pil (dal 160% di oggi). Nel contempo i governi offriranno alle banche aiuti per 30 miliardi in modo che la ristrutturazione non sia ritenuta coercitiva.

Secondo l'associazione internazionale che raggruppa gli operatori in derivati, l'intesa poiché volontaria non dovrebbe far scattare i credit default swaps, vale a dire quei contratti che assicurano gli investitori contro il rischio fallimento. Rispetto all'accordo del 21 luglio, subitamente invecchiato durante l'estate, il valore del pacchetto su questo fronte passa da 109 a 130 miliardi di euro.

La dotazione dell'Efsf passerà da 440 miliardi a 1000 miliardi, attraverso un effetto-leva che moltiplicherà da quattro a cinque volte l'ammontare oggi a disposizione (250 miliardi). Il fondo da un lato potrà assicurare emissioni obbligazionari e dall'altro potrà acquistare titoli sul mercato attraverso un veicolo che dovrà attirare investimenti provenienti anche dai paesi emergenti.

L'ultimo aspetto riguarda la ricapitalizzazione delle banche europee per un totale di 108 miliardi di euro. Gli istituti di credito dovranno portare il loro core tier one al 9% entro la fine di giugno 2012, dopo avere calcolato il valore delle loro obbligazioni sovrane al prezzo di mercato. La scelta penalizza in particolare le banche che hanno in portafoglio debito dei paesi periferici.

I commenti ieri dipendevano inevitabilmente dalle diverse prospettive degli osservatori. Chi prevedeva un fallimento della riunione di mercoledì sera doveva ammettere a denti stretti che il consiglio europeo era riuscito a partorire l'impensabile. Chi invece sperava in un pacchetto innovativo e ambizioso è rimasto deluso da un insieme di misure che ricalcano pur rafforzandola l'intesa del 21 luglio.

«Molti dettagli cruciali mancano – spiega Janis Emmanouilidis, un ricercatore dello European Policy Centre di Bruxelles -. Non è chiaro se il pacchetto nel suo insieme supererà la prova del tempo».

Positive le reazioni politiche: Barack Obama ha parlato di un «importante primo passo che ha calmato i mercati», Angela Merkel di «un buon pacchetto» anche se bisogna fare ancora «molti passi avanti». Anche Nicolas Sarkozy ha difeso la scelta di salvare la Grecia: «Se la Grecia fosse fallita ci sarebbe stato un effetto domino che avrebbe travolto l'Italia e poi tutti gli altri. Se (ieri sera) non ci fosse stato un accordo non sarebbe stata solo l'Europa ad affondare in una catastrofe, ma il mondo intero».

La notte tra mercoledì e giovedì è stato un susseguirsi di riunioni. Secondo fonti concordanti, la questione più ostica da risolvere non è stato il livello di haircut, ma piuttosto i 30 miliardi di euro che i governi nazionali hanno deciso di offrire alle banche per avere il loro benestare a una ristrutturazione volontaria del debito greco.

L'accordo mostra una graduale riduzione delle sovranità nazionali, e non solo della Grecia praticamente sotto tutela. Nel comunicato emerge chiaramente l'idea di potenziare il controllo reciproco tra gli stati membri ma anche il ruolo della Commissione. Ieri Olli Rehn, l'attuale commissario agli affari economici e monetari, è stato nominato nuovo vice presidente dell'esecutivo comunitario e "super commissario per l'euro".
 

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