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Intesa stringe su Parmalat

di Antonella Olivieri

Corsa contro il tempo per bloccare l'assemblea Parmalat che potrebbe sancire la vittoria di Lactalis a Collecchio. Ieri si è tenuta una riunione in Intesa Sanpaolo, con Granarolo e altri potenziali investitori finanziari, per arrivare a consegnare una manifestazione d'interesse al cda che il 1° aprile dovrà decidere se far slittare l'adunanza dei soci già convocata per il 12-13 e 14 aprile. Decisione non facile, in assenza di prospettive concrete, dal momento che gli amministratori si esporrebbero al rischio di azioni legali. Lactalis, che ha già una quota potenziale del 29%, è contraria. Teoricamente, se l'assemblea slittasse a fine giugno, potrebbe denunciare un danno, avendo rilevato a caro prezzo il 15,3% dei fondi Zenit, Skagen e MacKenzie, quando invece avrebbe avuto il tempo per completare gli acquisti sul mercato a condizioni migliori. Ma vediamo quali sono le forze in campo, a partire dalle alternative ai francesi.

La cordata tricolore

«È necessario fare il possibile e l'impossibile per mantenere Parmalat in mani italiane», ha esordito il neo ministro delle politiche agricole Saverio Romano. Il sindaco di Parma, Pietro Vignali, si è appellato al ministro del Tesoro Giulio Tremonti «a nome della città e dell'intera filiera agroalimentare», esortando il Governo «a un'azione il più possibile decisa e risoluta, per la salvaguardia degli interessi che sono di tutto il nostro Paese». Una cordata finanziaria non avrebbe però senso. E non la vuole nessuno. Non la vuole l'ad Enrico Bondi perchè ritiene incompatibili le logiche della finanza con quelle dell'industria. Non la vuole Intesa Sanpaolo che non si esporrebbe senza avere un progetto industriale alle spalle. E i nomi di potenziali partecipanti che sono circolati in questi giorni non sono sufficienti a costituire una soluzione-ponte per preparare l'ingresso di un partner industriale. Si è parlato di Giovanni Tamburi che venerdì si era detto disponibile, salvo escludere qualche giorno dopo la partecipazione della Tip. Si è parlato di Palladio, ma la finanziaria ha la disponibilità di 600 milioni che non potrebbe convogliare tutti su Parmalat. Mettendo insieme il 2,15% di Intesa più gli ulteriori 300 milioni che potrebbe stanziare, gli ipotetici interventi di Tamburi e Palladio, e le quote di Mediobanca e Generali, non si andrebbe oltre l'8%. Granarolo è troppo piccola e ha risorse troppo limitate per controllare il gruppo di Collecchio: alla sua portata sarebbe il solo business sinergico del latte italiano.

Intesa Sanpaolo

Intesa dapprima si era dichiarata spettatrice nella partita. Poi, con l'impegno diretto dell'ad Corrado Passera, ha presentato una lista per il rinnovo del board ricandidando Bondi, e si è data da fare per cercare di mettere in piedi un'alternativa a Lactalis. Ma senza l'adesione di un gruppo delle dimensioni di Ferrero, non avrebbe molti margini di manovra.

Ferrero

Ferrero è l'unico gruppo individuato finora come perno industriale di un'iniziativa tricolore. Sotto pressione dell'opinione pubblica, si è fatta avanti, nonostante in passato avesse già accantonato il dossier per carenza di motivazioni industriali. Giovanni, che con il fratello Pietro è impegnato nell'azienda di famiglia, si è recato a Parigi martedì scorso per incontrare Emmanuel Besnier, reduce dalla nottata che l'aveva portato a rilevare il 15,3% dei tre fondi pattisti a 2,8 euro per azione. Ferrero resta interessata, e Mediobanca che l'assiste sta lavorando a ritmi serrati per un'iniziativa in coordinamento con Intesa. L'asticella delle condizioni poste è però alta. Ferrero infatti non è intenzionata a battagliare con i francesi, nè a lanciare un'Opa che a queste condizioni sarebbe troppo dispendiosa. La disponibilità di Alba parrebbe perciò limitata a una discesa in campo al posto dei francesi, se questi si ritirassero. A meno che si profili l'ipotesi di uno spezzatino.

Lactalis

«I francesi non prenderanno niente», ha tuonato il leader della Lega, Umberto Bossi. Ma il gruppo che fa capo alla famiglia Besnier è comunque in pole position, potendo già contare su un pacchetto contrastabile davvero solo con un'Opa. Mettendo sul piatto una cifra vicina a 1,5 miliardi, ha già in portafoglio il 13,97% e indirettamente, tramite equity swap al 2012 richiamabili in qualsiasi momento, un altro 15%. Non ha bisogno di andare oltre per portare avanti il suo progetto industriale, che si basa su sinergie commerciali e la complementarietà geografica e di prodotti. Nè d'altra parte un'Opa da 5 miliardi pare essere compatibile con le sue finanze: fattura 9,5 miliardi, ha un Ebitda di 970 milioni e un debito di 2,4 miliardi, che riflette il costo dell'acquisizione di Galbani. Aggiungere il debito di un'offerta totalitaria stresserebbe troppo la leva finanziaria. Peraltro, il gruppo transalpino promette di non mettere mano alla cassa se non per lo sviluppo di Parmalat, negando di voler compensare con il tesoretto da 1,4 miliardi il leveraged buy-out di Galbani.

Lactalis in questo momento ha un solo problema: quello di votare in assemblea con tutto il suo 29% per conquistare la maggioranza di 9 posti su 11 nel consiglio Parmalat. Per raggiungere lo scopo dovrebbe però dribblare l'ostacolo antitrust. Competente è l'Authority di Bruxelles che, una volta ricevuta da Lactalis la notifica dell'ipotesi di concentrazione con Parmalat, avrebbe 25 giorni lavorativi per pronunciarsi, periodo durante il quale il gruppo francese si troverebbe i diritti di voto "congelati" e non potrebbe dunque esercitarli per eleggere i suoi rappresentanti nel board, se nel frattempo si tenesse l'assemblea. Ieri esponenti di Lactalis erano a Bruxelles per parlare della questione. È probabile, anche se il gruppo non conferma, che sia stata presentata alla Commissione Ue la richiesta di deroga alla notifica che, se accettata, le consentirebbe di spendere il peso conquistato nel capitale di Collecchio. Passaggio delicato questo, perchè se l'istanza fosse invece respinta, la quota sarebbe automaticamente congelata in attesa del responso dell'Antitrust.

 

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