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Intesa Sanpaolo-Ubi, l’Ops va avanti Per Bper possibile cambio dei termini

Le incognite in prospettiva certo non mancano. E, se l’eccezionalità del momento dovesse protrarsi, non è escluso neppure che si debba ricorrere come extrema ratio anche a una revisione delle condizioni finanziarie relative al fronte Bper e alla taglia dell’aumento di capitale a servizio del deal con Intesa. Ma nel contempo va detto che sul mercato continua a esserci piena fiducia sul fatto che l’Offerta di scambio lanciata a febbraio da Intesa Sanpaolo su Ubi vada avanti nella sua strada.

Insomma, nonostante l’onda d’urto del Coronavirus e gli effetti sui listini, l’Ops di Intesa non si ferma. E per un mix di ragioni. A partire dall’elemento temporale. Perché l’offerta scatterà solo a fine giugno, mentre a fine luglio è previsto il regolamento del deal con l’iscrizione dei nuovi valori a bilancio: un orizzonte entro cui potrebbe essersi normalizzata la situazione in atto (listini inclusi), anche se ovviamente non vi sono certezze al riguardo. Ma anche perché l’operazione in sé poggia su basi finanziarie che la rendono sensata, agli occhi del mercato, nonostante scossoni drammatici come quelli di ieri, seduta in cui Intesa ha perso l’11,5%, atterrando a quota 1,75 euro e Ubi ha lasciato sul terreno il 12,5%, a 2,76 euro.

Dal fronte Intesa, insomma, nonostante l’attenzione sul dossier sia massima non sembra esserci alcuna intenzione di far scattare eventuali clausole estreme (le cosiddette Mac) che possano bloccare il deal. Ipotesi, questa, che peraltro si rifletterebbe pesantemente anche sul titolo Ubi.

Un po’ più delicata, invece, è la questione relativa a Bper (-13,5%) soggetto con cui Intesa ha raggiunto un accordo vincolante per l’acquisto per cassa di una parte delle filiali Ubi (400/500) per superare preventivamente i paletti Antitrust. Il corrispettivo concordato era di una cifra pari a 0,55x il Cet1 capital allocato alle filiali individuate, a fronte di un acquisto di parte di Intesa che valorizzava Ubi attorno allo 0,65x circa del patrimonio tangibile. Ovvio che qualora i ribassi borsistici registrati dai titoli bancari (nell’ordine del 25% nelle ultime settimane) dovessero continuare sarebbero necessarie correzioni in corsa, per evitare che la banca modenese compri a prezzi fuori mercato. Dunque, a quanto risulta a Il Sole 24 Ore, non è escluso che ci possa essere una revisione al ribasso del prezzo che, salvando la sostanza dellìoperazione, tenga conto dell’eventuale cambio delle condizioni. Anche perché d’altra parte l’offerta è subordinata a un aumento di capitale da parte di Bper – stimato inizialmente tra i 750 e 800 milioni – che al momento sarebbe impossibile da realizzare, visto il panico di ieri sui listini. Va detto che ogni valutazione al momento tuttavia è ancora embrionale. Si guarda infatti all’autunno quando è previsto l’aumento di Bper e il mercato, è l’auspicio di molti, potrebbe essere in condizioni migliori.

Lo scambio carta contro carta

Il deposito del prospetto da parte di Intesa avvenuto nella serata di venerdì conferma che il processo è formalmente avviato. Ora ci vorranno tre mesi perché arrivino tutte le autorizzazioni del caso e siano definite le eventuali integrazioni al prospetto. L’offerta di Intesa prevede uno scambio carta contro carta con Ubi. Dunque, poiché i valori di entrambe le azioni sono caduti in maniera sostanzialmente sincrona, la creazione di valore dell’eventuale fusione rimane spalmata in maniera proporzionale su entrambi i fronti. Dalla presentazione al mercato dell’offerta e datata 18 febbraio, e proprio a causa degli effetti violenti della diffusione del Coronavirus, il titolo di Ca’ de Sass ha ceduto il 24%, Ubi il 26% circa. Non a caso il concambio tra le azioni rimane tutt’oggi ancorato al livello di 1,7x, ovvero quello previsto dall’offerta Intesa. Ieri, anzi si è registrata un lieve flessione sotto questa asticella (a quota 1,67x, tolti i dividendi di entrambi i titoli), a conferma del fatto che il mercato crede al buon esito dell’operazione.

Ciò non basta ovviamente a superare le resistenze del fronte contrario all’Ops di Intesa, formato da una minoranza di blocco costituita dal patto Car (18,98%), dai soci bergamaschi (1,6%) e dal patto dei bresciani (8,6%), fronte quest’ultimo che ancora deve esprimersi formalmente. Di certo le tre componenti insieme metterebbero facilmente oltre il 33% necessario a impedire la fusione tra le due realtà. A preoccupare gli azionisti di Ubi è, oltre all’erosione del premio offerto da Intesa (pari al 28% sui valori medi dei sei mesi precedenti), il fatto che il recente deprezzamento dei titoli, senza un rilancio di Intesa, allarghi ulteriormente la distanza dell’offerta dal patrimonio netto della banca, che da Intesa era stata valorizzata 4,9 miliardi, ovvero circa 0,6 volte il patrimonio netto tangibile di Ubi, calo d’altra parte compensato da un’analoga discesa di Intesa rispetto al proprio patrimonio netto.

Vedremo se col tempo le perplessità degli azionisti dell’ex popolare lombardo-veneta, saranno superati. Da parte sua, nel week end il ceo di Intesa, Carlo Messina, ha ribadito che non ci sarà alcun rialzo dell’offerta. E che comunque la banca andrà avanti con l’operazione anche qualora l’adesione fosse solo del 50,1%: per il banchiere sarà sufficiente la quota di controllo per «realizzare gran parte delle sinergie previste», stimate in oltre 700 milioni di euro. In parallelo, Intesa Sanpaolo non esclude una valorizzazione del brand Ubi nei territori di riferimento, come riportato ieri da Radiocor, e punta a 30 miliardi di credito in più nel triennio. Ca’ de Sass peraltro prevede la creazione di quattro nuove direzioni regionali a Bergamo, Brescia, Cuneo e Bari e la crazione di un centro di competenza sull’agricoltura a Pavia.

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