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Intesa Sanpaolo, rivoluzione al vertice

L’ultimo tassello della nuova governance di Intesa Sanpaolo non è quello che si è aggiustato ieri, quando il Consiglio di sorveglianza ha nominato i 10 membri del Consiglio di gestione, vacante da due settimane per una delicata teoria di rifiniture che ha messo a dura prova l’esperienza del presidente Giovanni Bazoli. L’ingresso dei manager nella gestione, infatti, è fatto coincidere con una profonda ristrutturazione delle deleghe di vertice che si chiuderà per fine maggio (non prima del 14, quando il neonato Cdg esaminerà i conti del primo trimestre). E porterà al rafforzamento dell’ad Enrico Cucchiani e del dg Carlo Messina, direttore finanziario che diventa vicario dell’ad e presto prenderà le redini della Banca dei territori (la rete agenziale). Con loro, e con il capo dei rischi Bruno Picca, entra nel Cdg Gaetano Miccichè, capo della divisione corporate e Imi; ma il manager siciliano perderà alcune sue potenti deleghe: quelle sulle partecipazioni strategiche – quote nevralgiche in società come Telecom, Rcs, Alitalia, Risanamento e quelle sul “mid corporate”, ossia le aziende medie con fatturato attorno a 300 milioni l’anno, che passeranno sotto il cappello della rete (Bdt), come anche il leasing e il factoring. Grande escluso Giuseppe Castagna, altro direttore generale da cinque mesi capo di Bdt. Per lui è probabile l’uscita, se non si accontenterà di qualche poltrona di seconda fila. Forse quella dei crediti, perché Eugenio Rossetti è vicino alla pensione.
La soluzione trovata è in gestazione da almeno sei mesi, quando su richiesta della vigilanza fu modificato lo statuto della banca per fare spazio ai manager nel Cdg (la versione del duale di Corrado Passera non lo prevedeva). E ha cercato di contemperare l’obiettivo di rafforzare l’assetto di vertice – dove l’ad dopo un anno imprime una svolta precisa – e rafforzare la Banca dei territori, che complice la recessione in Italia e i tassi ai minimi fatica a mantenere una redditività di rilievo da qualche trimestre. E la trattativa ha dovuto incrociare ambizioni e personalismi di una mezza dozzina di top manager, e dei cinque azionisti forti delle fondazioni, padroni del 25% del capitale. Proprio il peso delle fondazioni ha impedito che nell’organo di gestione sedessero più manager della banca, mentre invece i nove posti iniziali sono saliti a 10 per far accomodare Giuseppe Morbidelli, in quota ente Carifirenze. Gli altri posti del Cdg, come da voci, sono andati a Gian Maria Gros-Pietro (presidente, in quota Compagnia Sanpaolo), Giovanni Costa (vice presidente esecutivo, quota Cariparo), Marcello Sala (vice presidente esecutivo, quota Cariplo), Carla Ferrari (manager dimissionaria della controllata Equiter, quota Sanpaolo), Piera Filippi (Caribologna). Alle fondazioni vanno quindi sei membri su 10, e al presidente spetta il voto doppio in caso di stallo. Il consigliere della sorveglianza Pietro Garibaldi si è astenuto sulle nomine, perché Costa e Morbidelli sono presidenti di banche del gruppo. Castagna, in sella da dicembre scorso, è il quarto capo di Bdt a saltare dal dicembre 2008.
Allora toccò a Pietro Modiano, in febbraio 2010 a Francesco Micheli, nel luglio scorso a Marco Morelli. Nessuno di loro – neanche Messina, uomo di controlli e gestione – ha un curriculum di banca commerciale.

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