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Intesa Sanpaolo oltre le attese Utili a 3 miliardi, Borsa in festa

Il contesto di mercato è a dir poco «sfidante», riconosce il ceo di Intesa Carlo Messina. Ma anche in un quadro «più complesso del previsto», in cui i tassi di interesse permangono ai minimi storici e lo spread volatile erode il patrimonio delle banche, la prima banca italiana conferma la sua solidità, sia in termini di performance economica che di indicatori relativi a patrimonializzazione, funding e liquidità.
I dati parlano chiaro. Nel terzo trimestre dell’anno Ca’ de Sass ha generato un utile di 833 milioni di euro, in rialzo del 28% rispetto allo stesso periodo del 2017, e ha battuto così le stime, che si fermavano a 792 milioni. Se si guarda ai primi nove mesi, il risultato netto supera i 3 miliardi: con 3.012 milioni di utile, la banca mette in fila i migliori primi nove mesi dal 2008, pur senza considerare la plusvalenza da 400 milioni derivante dalla cessione della piattaforma Npl a Intrum, accordo raggiunto in aprile e pronto ad essere finalizzato entro dicembre.
L’incremento della redditività è frutto di un mix di azioni. Da una parte sono cresciuti i ricavi, tanto che i proventi operativi netti sono saliti nei primi 9 mesi del 4%, a 13,7 miliardi, al livello massimo dell’ultimo decennio, soprattutto grazie alla spinta delle commissioni, che con 5,93 miliardi hanno raggiunto il livello massimo di sempre. Ma a contribuire è stato anche il calo dei costi operativi (-3,2%, con un cost/income sceso al 50,5%) e delle rettifiche su crediti (arretrate del 18%). Risultati che il mercato ha apprezzato, tanto che il titolo ha cambiato direzione dopo l’avvio e ha chiuso in rialzo dell’1,28% a 2,0015 euro.
La banca guidata da Messina continua in un percorso di efficientamento oculato, che consente di investire nella crescita. E nel contempo prosegue sul fronte della pulizia sui crediti, tanto che oggi con un tasso di copertura sui deteriorati al 53,6%, c’è spazio per «superare gli obiettivi del piano», che fissano al 6% il target di Npl ratio lordo al 2021, oggi al 9,2%. Del resto la patrimonializzazione «ai vertici di settore in Europa», come evidenziato dall’esito degli stress test, lascia ampio margine di movimento sul fronte delle cessioni. E i primi esiti della partnership con Intrum fanno sperare in «un’accelerazione nei recuperi anche degli utp», così da rendere a portata di mano la soglia del 5% prevista dall’Eba in termini di Npl ratio.
Sulle prospettive, Messina lo dice senza mezzi termini durante la conferenza di presentazione dei dati: l’Italia è un Paese con «fondamentali solidi» e dove non c’è «nessuna possibilità» che il Pil che «cresca nel 2019 meno dell’1%». Il manager non nasconde che «c’è una situazione in cui c’è una comunicazione particolare da parte del Governo», così come «anche la Commissione europea non trasmette una buona comunicazione». Ma, a livello di contesto, non vi è motivo per non confermare «i nostri obiettivi per il 2018 per l’utile netto», di cui peraltro già è stato messo in cascina il 90% dei 3,8 miliardi del 2017. Tanto che, sotto il profilo del dividendo, «alla fine dell’anno i miei azionisti saranno molto contenti». L’unico rammarico, piuttosto, è per un costo del funding non correlato alla rischiosità effettiva della banca. «Abbiamo una posizione di capitale e liquidità molto forte – conclude Messina – Quindi non vogliamo pagare l’eccesso di costo del finanziamento solo perché c’è uno spread tra Btp e Bund oltre 150 punti base, che è il giusto livello dell’economia reale italiana».

Luca Davi

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