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Intesa Sanpaolo il piano d’attacco del nocciolo duro

di Stefano Righi

L’ imponente aumento di capitale di Intesa Sanpaolo (5 miliardi di euro, quasi 10 mila miliardi di lire), rischia di scomparire davanti all’operazione deliberata quasi in contemporanea, mercoledì scorso, dalla tedesca Commerzbank per 8,25 miliardi di euro. Ma dove l’operazione di Cà de Sass rileva è nel risultato della stessa: mentre Commerzbank uscirà dall’aumento pressoché invariata nella sua fisionomia societaria, Intesa Sanpaolo cambierà profilo. Scelte obbligate Tra gli otto azionisti stabili di Intesa Sanpaolo — escludiamo i fondi che rispondono a diverse regole di business — è possibile al momento distinguere tre diversi comportamenti davanti alla chiamata alla cassa da parte di Corrado Passera (vedi tabella a fianco). Le fondazioni che hanno dato origine alla banca, nella loro interezza e nel rispetto delle singole autonomie decisionali, sembrano giungere alla medesima determinazione: convinte dalla bontà del piano industriale o consigliate dall’opportunità, sottoscriveranno tutte l’aumento pro quota. Due soci rilevanti, invece, con ogni probabilità non saranno della partita: Crédit Agricole e la Carlo Tassara. I francesi sono già stati invitati dall’Antitrust italiano a sciogliere i legami con Intesa. Un’operazione che ha portato alla nascita del polo italiano del Crédit Agricole — formato da Cariparma e Friuladria — e difficilmente è pensabile a fronte di una attesa cessione delle quote ancora possedute nella banca italiana, ipotizzare la sottoscrizione dell’aumento di capitale. Stessa scelta, ma con motivazioni diverse, attende Romain Zaleski e la sua Carlo Tassara. Il piano di rientro dai finanziamenti e la crisi in cui versa la cassaforte del finanziere franco-polacco rendono estremamente probabile l’astensione dall’operazione di aumento. Il nodo In mezzo a diverse e opposte sicurezze si pone Generali che controlla il 4,973 per cento di Intesa Sanpaolo. Dopo il terremoto della scorsa settimana la ricomposizione degli equilibri interni al board , con la nomina del nuovo presidente Gabriele Galateri di Genola, sarà prodromo di una decisione ispirata al mercato. A Trieste sottolineano come la quota in Intesa sia da considerarsi esclusivamente alla stregua di un investimento finanziario. Niente finanza di relazione, dunque, soprattutto da quando le relazioni industriali tra i due gruppi si sono interrotte sul fronte della bancassurance . Solo una «valutazione tecnica» , già avviata, sarà alla base della scelta del Leone di Trieste. Se così sarà davvero, si potrà dare per iniziato un momento nuovo della finanza italiana, più di valutazione e meno di relazione. Un esame di maturità per molti. Quote da collocare In attesa della decisione di Trieste, una delle partite laterali all’aumento vero e proprio — già interamente garantito dal consorzio bancario e con indicazioni positive, secondo i vertici della banca, per già più del 30 per cento del capitale — riguarda le quote di Crédit Agricole e Tassara che non verranno sottoscritte. I due azionisti, assieme, assommano circa il 9,5 per cento del capitale di Intesa Sanpaolo. Ci sono quindi azioni per potenziali 450 milioni di euro da sottoscrivere. A chi andranno? In prima fila c’è Giuseppe Guzzetti e la sua Fondazione Cariplo. Ma è probabile che anche altri esponenti delle fondazioni azioniste spingano verso una crescita in Intesa. Alla banca questo farà certamente bene, resta da capire quanto ciò sarà interesse delle fondazioni stesse. Opportunità di crescita L’aumento di capitale, oltre a chiudere la partita con le nuove norme di Basilea 3 e accogliere le indicazioni della Banca d’Italia verso una maggiore capitalizzazione del sistema bancario, fornisce a Passera anche le munizioni necessarie per future «acquisizioni mirate» . Ed è proprio il futuro, per quanto incerto, che sembra convincere le fondazioni. Le quali fanno una scelta netta e per certi versi controcorrente. Forse inevitabile, ma controcorrente. Fino a ieri la necessità di staccare le aziende di credito dalle loro genitrici era condivisa da molti, soprattutto nell’interesse delle fondazioni. Il rischio che le erogazioni dipendessero troppo da un’unica fonte di rendita era troppo grave per essere sopportato all’infinito. La parola d’ordine era diversificare. Pochi lo hanno fatto. E oggi si torna a serrare il rapporto, anziché allentarlo. Con ogni probabilità non si poteva fare diversamente, vista la crisi, ma anche questo è un conto che andrà, un giorno, saldato.

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