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Intesa ritira la lista per Parmalat

di Simone Filippetti

Si chiude definitivamente la partita Parmalat per Intesa Sanpaolo. La banca guidata da Corrado Passera ieri ha ritirato la sua lista di candidati per il consiglio di amministrazione dell'azienda alimentare finita sotto scalata da parte di Lactalis. Ma rimane ancora azionista, col 2,4% circa, e sul destino di quella quota la banca non si è ancora espressa.

Ieri scadeva il termine ultimo per la modifica e presentazione delle liste per l'assemblea dei soci fissata a fine giugno e, a questo punto, ne rimangono in pista tre: la lista del socio di maggioranza Lactalis, che si è lanciato in una scalata da 3,5 miliardi di euro sulla Parmalat, e quella di Assogestioni. In più, la lista «fantasma» dei tre fondi esteri Skagen, Zenit e Mackenzie: gli investitori erano i soci di maggioranza di Parmalat, col 15%, quando presentarono la loro lista a metà marzo. Poi però hanno venduto tutto a Lactalis che è così salita al 29%, diventando il dominus incontrastato della public company italiana, ma sull'operazione è stata aperta un'indagine della Procura di Milano ipotizzando il reato di aggiotaggio. Tuttavia ieri i tre fondi non hanno ritirato la propria lista per cui il 28 di giugno si troveranno nella paradossale situazione di poter eleggere un proprio rappresentante in cda pur non essendo più azionisti. Un altro posto spetterà di diritto ad Assogestioni. Dunque i francesi, che tra l'altro si presenteranno all'appuntamento con solo il 29% pre-Opa (visto che l'offerta si chiude il 9 luglio), potranno aspirare in ogni caso a un massimo di nove posti su undici disponibili.

C'è chi ieri ha letto l'annuncio del ritiro della lista di Intesa Sanpaolo come l'anticipo di un disimpegno anche sul piano azionario, con la consegna dei suoi titoli in Opa. Posto che solitamente in tutte le offerte, le adesioni di investitori di minoranza arrivano negli ultimi giorni, in ambienti finanziari ieri si faceva notare che quella di Intesa non era una lista di minoranza, come invece è quella dei fondi riuniti attorno ad Assogestioni, con una manciata di candidati chiamati a fare da consiglieri di "opposizione", ma una vera e propria lista alternativa con undici candidati per costituire un intero cda capeggiato da Enrico Bondi. La lista avrebbe dovuto essere funzionale al naufragato progetto della «cordata tricolore» che avrebbe dovuto costituire un'alternativa ai francesi. Fallito quel progetto, la lista non aveva più alcuna ragione d'essere. In ogni caso, la banca dovrà decidere cosa fare del pacchetto e solitamente quotazioni e Opa sono gli strumenti ideali che un socio finanziario (come è una banca) usa per smobilizzare posizioni giunte a maturazione.

L'opa intanto marcia a ritmo lento, come d'altronde ci si attende: a ieri risultavano consegnato solo lo 0,18% del capitale. L'unico colpo d'ala, per il Financial Times, sarebbe il rialzo del prezzo dell'Opa. Il quotidiano inglese ha suggerito a Lactalis di ritoccare l'offerta se vuole garantirsi l'adesione dei soci di minoranza. «La battaglia per la conquista della grande industria europea lattiero-casearia sta iniziando a cagliare» ha commentato il giornale. «Dopo un breve periodo di scambio al di sopra del prezzo d'offerta, le azioni di Parmalat sono ritornate indietro ad un prezzo di 2,59 euro per azione. Gli investitori temono dovrebbero pretendere di più da Lactalis». La questione, però, è che Lactalis ha già di fatto la maggioranza di Parmalat e non tifa certo per fare l'en plein di adesioni, cosa che le causerebbe un costo notevole e debiti fino a 7 miliardi.

 

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