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Intesa riapre il mercato dei bond

di Morya Longo

Intesa Sanpaolo ha emesso ieri un prestito obbligazionario da 1,5 miliardi di euro sui mercati internazionali, raccogliendo ordini da parte degli investitori per un totale di 2,7 miliardi di euro. Un'operazione di questo tipo, in tempi normali, sarebbe stata di assoluta routine. Sarebbe stata una non-notizia. Ma oggi, nel bel mezzo della grande crisi d'Europa, l'emissione obbligazionaria di Intesa Sanpaolo diventa un evento da segnare sul calendario: erano otto mesi che nessuna banca italiana riusciva ad emettere obbligazioni destinate agli investitori istituzionali.
La notizia, dunque, è positiva: dimostra che fondi, banche e assicurazioni sono ancora disposti a venire in Italia. Ma può essere letta anche in termini negativi: per convincerli, Intesa Sanpaolo è stata costretta a emettere un bond molto breve (ha una durata di soli 18 mesi) e ad offrire un tasso d'interesse molto elevato (il 4,132%, cioè 295 punti base sopra il tasso swap).
Bicchiere mezzo pieno
Intesa Sanpaolo ha dato una prova di forza: ha dimostrato, anche in un momento così difficile sui mercati, di essere in grado di attirare l'interesse degli investitori esteri. I 2,7 miliardi di euro di ordini d'acquisto sono infatti arrivati alle banche collocatrici (Banca Imi, Deutesche Bank, Goldman Sachs e SocGen) da 233 diversi investitori: solo il 28% di questi sono italiani. Il resto della domanda è arrivato da tutta Europa: dalla Gran Bretagna il 23%, dalla Francia il 14%, dalla Germania il 10%.
Se anche si guarda la tipologia di investitori, c'è da restare soddisfatti. Non hanno partecipato solo le banche, che possono sfruttare i finanziamenti agevolati della Bce per investire in titoli con rendimenti elevati: dagli istituti di credito è arrivato solo il 12,5% della domanda totale. La parte del leone l'hanno invece recitata i fondi: da loro è giunto il 58,2% della domanda. Segno che chi ha comprato questo bond l'ha fatto, probabilmente, per investire. Non per speculare. L'abbondante domanda ha così permesso a Intesa Sanpaolo di ridurre un po' il rendimento: se nel primo pomeriggio il bond era stato annunciato per un miliardo a 300 punti base sopra il tasso swap, alla fine è stato emesso per 1,5 miliardi con uno spread di 295 punti base.
Bicchiere mezzo vuoto
Questo non cambia la realtà: Intesa Sanpaolo ha pagato caro. Il confronto con obbligazioni uguali (non garantite) della stessa banca milanese lo dimostra. Se ieri il gruppo ha emesso un titolo brevissimo (18 mesi) offrendo un interesse di 295 punti base sopra il tasso swap, un anno fa aveva raccolto denari a tassi ben più contenuti e per scadenze ben più lunghe. Era il 5 gennaio 2011 quando Intesa Sanpaolo lanciò un bond quinquennale, pagando 175 punti base sopra il tasso swap. Se si va a ottobre 2010, il divario è ancora maggiore: Intesa era riuscita a emettere un titolo a 8 anni, pagando 143 punti base più dello swap.
Il confronto è ovviamente più eclatante se si va ai periodi pre-crisi: nel maggio 2007 Intesa Sanpaolo lanciò un bond decennale pagando appena 18 punti base sopra il tasso swap. Questo dà il senso della crisi. Questo fa capire il danno, immenso, che il rialzo dei rendimenti dei BTp sta procurando all'intero sistema-Italia: una banca come Intesa è costretta a trovare finanziamenti molto cari, per cui è a sua volta obbligata a rincarare la dose sulla clientela. Certo: Intesa ora può reperire finanziamenti in Bce al tasso agevolato dell'1%. Ma con l'operazione di ieri ha dimostrato cosa accade se cerca di camminare con le proprie gambe: ce la fa, ma a caro prezzo.

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