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Intesa, primi dossier sul private

Dalla britannica Coutts, maxi deal da oltre 600 milioni di euro, fino alla piccola Banca Cesare Ponti, Intesa Sanpaolo inizia a sfogliare la margherita delle possibili acquisizioni nel private banking. Perché «siamo per definizione un potenziale soggetto aggregatore», come ha detto l’altroieri il ceo Carlo Messina in un’intervista al Financial Times, e perché il private banking – insieme all’asset management e alle assicurazioni – è uno dei target dichiarati del gruppo.
Nel mirino, stando a quanto scritto (e non smentito) dall’Ft, ci sarebbe anzitutto Coutts. La banca è di proprietà di Royal Bank of Scotland, che ha superato per un pelo gli stress test della Bce e potrebbe trovarsi in bilico in quelli, imminenti, della Bank of England: di qui i piani per la vendita, anche se i vertici non hanno ancora deciso se cedere solo le attività fuori dal Regno Unito, soluzione preferita, o anche quelle domestiche. Morale: il dossier è in evoluzione, e solo quando si aprirà la data room si potrà capire che cosa finirà in vendita e quali saranno gli eventuali competitor di Intesa, oltre agli svizzeri di Julius Baer che già si sono dichiarati della partita.
Tuttavia, si diceva, le prede potrebbero essere anche altre. Messina è rientrato a Londra nel fine settimana, ieri ha fatto il suo esordio al cda dell’Università Bocconi, e nei prossimi giorni tornerà a occuparsi di M&A. È così che tra i dossier potrebbe spuntare anche Banca Cesare Ponti, destinata a finire sul mercato visti i guai di Carige; l’Italia, di per sé, non è un mercato dove Intesa voglia crescere per acquisizioni, ma sul private qualche eccezione potrebbe essere fatta e così si spiega l’interesse per la boutique milanese. Ma, stando a voci di mercato, il ceo Carlo Messina starebbe guardando anche oltre: agli Stati Uniti e alla Svizzera, anzitutto, ma anche all’Asia, dove si starebbe iniziando a chiudere il cerchio intorno a qualche potenziale acquisizione. Con l’obiettivo di crescere nelle masse, ma soprattutto nei ricavi: il piano industriale presentato a marzo, al riguardo, prevede che i proventi del private banking passino dagli 1,3 miliardi del 2013 a quota 1,7 nel 2017, con una crescita media annua del 6,3%. Cifre che potrebbero aumentare, e non poco, nel caso in cui il perimetro dovesse allargarsi rispetto a quello attuale attraverso alcune acquisizioni.
Già a inizio agosto lo stesso Messina aveva dichiarato l’obiettivo di «diventare la prima banca private d’Europa», da allora si è svolto il comprehensive assessment di Bce ed Eba da cui il gruppo è uscito con un surplus di capitale pari a 16 miliardi, risorse fondamentali per coprire il gap con i concorrenti: attualmente, con i suoi 164 miliardi di masse gestite, Intesa è infatti il quarto operatore dell’area euro. Nel frattempo, intorno al private banking – così come l’asset management e le assicurazioni – è stata cucita su misura una delle nuove divisioni di gruppo; affidata a Matteo Colafrancesco che il primo luglio prossimo cederà il testimone a Paolo Molesini, sovrintende alla gestione delle controllate Banca Fideuram, Fideuram Investimenti, Intesa Sanpaolo Private Banking, Sirefid, Fideuram Fiduciaria e Intesa Sanpaolo Private Banking Suisse.

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